martedì 28 maggio 2019

IL CASO RICCI

Testo del Comunicato Stampa a firma del Collegio della Difesa (Avv. Davide Fortunato e Valeria Gerla) a proposito della Delibera di Archiviazione dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia 






COMUNICATO STAMPA
Sul caso Ricci


Il 17 gennaio 2019 si è riunita la Camera di Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia per pronunciarsi sul procedimento disciplinare nei confronti del dott. Giancarlo Ricci e relativo ad alcune affermazioni pronunciate nel corso di una trasmissione televisiva del 2016. Solo dopo oltre tre anni di udienze il Consiglio, in ragione di 7 Consiglieri favorevoli e 7 contrari, ha deciso per l’archiviazione del procedimento.
Un esito che è frutto anche dell’intenso lavoro del collegio difensivo e che, per amore di verità, merita alcune considerazioni. Per oltre tre anni, dinanzi alla comunità scientifica, ai colleghi, al mondo istituzionale, il dott. Ricci è stato considerato come l’”incolpato”, termine usato nella Delibera iniziale. Tale situazione ha costretto il dott. Ricci a rimandare - e spesso annullare - varie attività pubbliche.

Riteniamo utile ripercorrere velocemente, qui di seguito, alcuni momenti significativi di questo lungo processo.


 


Oltre al contenuto delle dichiarazioni rese nell’ambito della trasmissione televisiva nel gennaio 2016, il Consiglio, in ragione delle difese svolte, ha potuto esaminare vari documenti, dépliant, scambi di mail, estratti di verbali di altri procedimenti, post di Facebook e altri estratti pubblicati in rete. Sono stati prodotti documenti che, a parere del Collegio difensivo, avrebbero dovuto condurre alla ricusazione di due Consiglieri. Per due volte, il Consiglio ha ritenuto che la documentata “profonda inimicizia” di due consiglieri nei confronti del dott. Ricci non giustificasse la richiesta di ricusazione. Le argomentazioni fornite in punto dal Consiglio appaiono deboli ed ellittiche di riferimenti alla ampia documentazione prodotta. Nel corso del procedimento si è dovuto, tra l’altro, prendere atto della volontà di un testimone di non rispondere ad alcune domande della Difesa.
Leggendo la Delibera di archiviazione rileviamo, nella descrizione delle motivazioni, alcuni punti che meritano alcune precisazioni.
Nella descrizione dello svolgimento del procedimento, in primo luogo, non si fa menzione del fatto che il dott. Ricci ha puntualmente ed esaurientemente replicato alle tre accuse principali, ovvero, nella estrapolazione delle affermazioni rese nel brevi interventi nel corso della trasmissione, ha fornito un chiarimento sul dott. Nicolosi, (“quello è stato detto su Nicolosi è del tutto arbitrario”), ha precisato una opinione scientificamente documentabile (“la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”) ed ha offerto un commento personale con riguardo ad un tema di attualità (“nell’ideologia gender (…) l’omosessualità viene equiparata a una sessualità naturale, all’eterosessualità”). Sul primo aspetto è stata documentata, mediante comunicazione proveniente dal competente organo istituzionale statunitense, la bontà di quanto precisato dal dott. Ricci sul prof. Nicolosi: di tale importante elemento, non vi è traccia nel provvedimento.
Nel provvedimento, in contraddizione con l’iniziale impianto accusatorio, si legge: “oggetto del procedimento disciplinare a carico del dott. Ricci non sono eventuali sue posizioni riguardo a temi importanti, bensì il modo in cui egli ha ritenuto, in quanto psicologo, di poter trattare ed esporre tali temi all’utenza”. Ed ancora: “pertanto al dott. Ricci non è mai stato contestato cosa ha trattato, bensì come lo ha trattato; a prescindere dall’argomento, ciò che rileva e rileverà in sede disciplinare sarà come l’iscritto, in quanto psicologo, abbia restituito all’utenza tale argomento in termini di rigore scientifico, correttezza e puntualità”. Dunque da una parte si afferma che “non viene contestato ciò che Ricci afferma”, dall’altra che è “rilevante in sede disciplinare come Ricci ha restituito all’utenza tale argomento in termini di rigore scientifico, correttezza e puntualità”. La contraddizione pare, non solo al Collegio difensivo, evidente.


A fronte delle varie e numerose contestazioni mosse con l’avvio del Procedimento, risulta inspiegabile l’affermazione secondo cui “al dott. Ricci non è mai stato contestato cosa ha trattato, bensì come lo ha trattato”. Ciò nondimeno senza considerare che “ciò che Ricci ha trattato” è frutto di una estrapolazione di circa 3 frammentati ed interrotti minuti in cui l’incolpato è intervenuto su circa 45 minuti complessivi di trasmissione.
I tre minuti presi in esame sono stati, inoltre, nel corso della trasmissione oggetto di continue interruzioni, battute, commenti, sovrapposizioni di altre voci in un clima che rendeva impossibile un’efficace o puntuale replica rispetto agli argomenti posti.
Nel provvedimento di archiviazione si legge: “Pur permanendo irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinari e scenari metodologici a cui le affermazioni del dott. Ricci potrebbero voler fare riferimento e nell’impossibilità in sede disciplinare, di poter affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che tale diretto collegamento vi sia, ritiene questo Consiglio […] che non sono emersi elementi sufficienti per ritenere il dott. Ricci responsabile per gli illeciti contestati” e quindi “ha deciso di archiviare il procedimento disciplinare”.
Da un lato, dunque, il Consiglio chiarisce come non fosse oggetto di procedimento il “cosa”, ma solamente il “come”; dall’altro si legge che il Consiglio nutre “perplessità in ordine a orientamenti dottrinali” dell’incolpato.
Assolto, dunque, per insufficienza di prove?
Parrebbe così. Probabilmente le “irrinunciabili perplessità” dei sette Consiglieri che hanno votato contro l’archiviazione non sono state in grado di affermarsi, non hanno trovato sufficienti appigli per tradursi in una sanzione. Significativo che, nelle ultime righe si legga “il Consiglio ritiene di non poter sanzionare”. La scelta del predicato è, forse, rivelatrice: “poter” invece che il più appropriato “dover” sanzionare.
Rimane la perplessità in ordine al tempo occorso per stabilire che non si può sanzionare il Dott. Ricci per aver espresso un’opinione scientificamente documentata in alcuni frammenti di una trasmissione televisiva.
Così, pertanto, si è concluso il terzo esposto (analogamente a quanto già accaduto nel 2009 e nel 2011). Nel frattempo, nel 2017, 2018 e 2019, il Dott. Ricci ha ricevuto ulteriori tre esposti: una attenzione eccezionale, un vaglio costante del pensiero e dell’attività di un professionista che si limita a dar voce ad un filone non irrilevante del pensiero scientifico in ambito psicologico.
Non può nascondersi che per il Dott. Ricci, così come per qualsiasi altro iscritto all’Ordine, ricevere continui esposti e doverne rispondere ha il sapore di intimidazione.
L’utilizzo di questi procedimenti deontologici sembra, infatti, tradire le ragioni su cui si fondano gli Ordini professionali: più che garantire e tutelare la libertà di espressione, di ricerca e di civile confronto tra i suoi membri, parrebbe si preferisca  procedere a un controllo sulle opinioni ed ad una verifica di conformità del pensiero del professionista al mainstream.
Ricevere ripetutamente degli esposti, alcuni dei quali di scarso contenuto fattuale e giuridico e relativi a fatti risalenti nel tempo, costringe il professionista a spendere tempo ed energie per predisporre una difesa su accuse perlopiù inconsistenti; ad investire legali della tutela dei propri diritti di cittadino e di studioso; a valutare la necessità di sporgere querele per la diffamazione aggravata e la calunnia cui è di continuo sottoposto.
Non si può dimenticare che, qualora il procedimento in questione si fosse concluso con una sanzione disciplinare (l’unica in decenni onorata carriera), un grave danno sarebbe stato arrecato non solo al dott. Ricci, ma anche a tutti i pazienti che a quest’ultimo si affidano.
La durata del procedimento, oltre tre anni come detto, sembra, infatti, ledere anche i pazienti reali (tutt’altro che ipotetici), che in questo lungo periodo di tempo hanno temuto di vedere il loro psicanalista sospeso: essi sono stati forse dimenticati, in nome di una “tutela” per le ignote “vittime potenziali” di alcune frasi estrapolate da 200 frammentati secondi di una trasmissione televisiva.
Si giunge, dunque, al paradosso: nel tentativo di tutelare le fantomatiche vittime di frasi teoricamente discriminatorie, si trascurano gli interessi di un professionista, dei suoi pazienti e, nondimeno, la tutela del libero pensiero.
L’auspicio, a conclusione di questa vicenda, è che la comunità scientifica riscopra il gusto ed il valore del confronto civile e non ceda alla logica dell’aggressione personale per delegittimare l’opinione altrui.
Anche per affrontare queste tematiche, abbiamo voluto organizzare alcuni incontri che raccontino questa vicenda e cerchino di fornire un giudizio interpretativo di quanto accade nel nostro Paese: il primo incontro sarà mercoledì 29 maggio 2019 alle ore 21.00 presso l’Angelicum (in Milano, ingresso Via Renzo Bertoni 7 – Sala San Bernardino).


Milano, 21 maggio 2019
Il Collegio di Difesa (Avv. Davide Fortunato e Avv. Valeria Gerla) 


lunedì 4 marzo 2019

SULLA POST LIBERTA'. Intervista a Giancarlo Ricci

La giornalista Caterina Giojelli ha intervistato G. Ricci sul suo libro "Il tempo della post libertà".
 "Vivere come automi al tempo della libertà coatta”: 
l'intervista è uscita su TEMPI.It il 28.2.19. 



«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero». È un aforisma di Karl Kraus, scrittore e noto polemista viennese, e per Giancarlo Ricci è il più efficace emblema della condizione della libertà al tempo dei “mezzi senza fine”: che ne è della libertà di parola e di pensiero, si è chiesto lo psicanalista quando, anno 2016, si è trovato al centro di una vicenda che ha davvero svelato tutte le idiosincrasie e le ossessioni della società dei nuovi diritti e delle infinite possibilità? 
Da questo interrogativo ha preso le mosse un libro strepitoso, Il tempo della postlibertà. Destino e responsabilità in psicoanalisi (192 pagine, Sugarco edizioni), navicella capace di inoltrarsi in mare aperto, spinta dal vento costante dell’indignazione. Ricci, spiega a tempi.it, è ancora in attesa di sapere l’esito del procedimento disciplinare emesso dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia nei suoi confronti tre anni fa quando, ospite della trasmissione televisiva “Dalla vostra parte”, avrebbe fatto affermazioni che secondo i colleghi «possono realizzare discriminazioni a danno di alcuni soggetti», manifestando «un comportamento contrario al decoro, alla dignità e al corretto esercizio della professione». 

Tempi vi aveva già raccontato come erano andate le cose: nei cinque minuti in tutto in cui ha potuto parlare, Ricci ha affermato che «la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva alla funzione di crescita del figlio». Apriti cielo. Un professionista stimato e conosciuto a Milano, dove esercita da oltre quarant’anni, membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi, esperto di Freud, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Milano, autore di diversi volumi di psicologia e decine di studi specialistici, ha parlato della necessità di mamma e papà, senza usare l’onnicomprensivo e neutrale “genitore”: «In materia di parole l’ideologia va per le spicce. Secondo l’accusa quanto ho detto risulta discriminatorio non solo nei confronti delle coppie omosessuali o delle famiglie arcobaleno ma anche nei confronti di quelle famiglie che si ritrovano senza un padre o senza una madre, sebbene né i primi né i secondi fossero oggetto della mia affermazione. La malafede è evidente, la logica di questo paralogismo è tale che se qualcuno affermasse che “l’uomo per vivere deve mangiare” potrebbe essere accusato di discriminare coloro che non hanno nulla da mangiare – racconta Ricci. L’Ordine degli Psicologi non è un ordine di pensiero: da quando il suo compito è verificare la capacità espressiva e la pertinenza teorica e scientifica dei suoi associati, nonché di esprimere un giudizio in merito? Non solo sono stato trattato come se fossi stato un venditore di pentole capitato per caso in una trasmissione televisiva, ma in questi tre anni mi sono arrivati all’Ordine altri due esposti (con questi sono cinque dal 2009), sottoscritti da simpatizzanti Lgbt ossessionati dalla minuziosa verifica se il sottoscritto pratichi o meno la cosiddetta terapia riparativa (Ricci non la pratica in quanto i riferimenti teorici e clinici sono differenti, ndr). L’ultima udienza sul mio “caso” si è tenuta il 17 gennaio, al termine della quale si sono ritirati per deliberare. Lei li ha più visti ? >>

giovedì 17 gennaio 2019

L'INDIVIDUO UNISEX POSTIDENTITARIO

Pubblichiamo dal libro di DIEGO FUSARO
(Rizzoli, 2018) alcuni passi di un paragrafo. 


L’individuo unisex postidentitario 


“Chi cerca l’uguaglianza tra diseguali, 
 cerca una cosa assurda”
 SPINOSA, Trattato politico 


Con una felice espressione dello Hegel di Fede e sapere, potremmo asserire che la nostra è l'epoca dell’ “indifferenza verso il differente”: la tendenza al livellamento planetario e all'omologazione sconfinata sopprimono i differenti e, più in generale, neutralizzano tutto ciò che non è affine al modello unico. 

Nell'orizzonte della neutralizzazione del diritto alle differenze, si inscrive anche l'ideologia planetaria gender, espressione coerente della passione del medesimo, del neutro e dell'indifferenziato propria della mondializzazione. 
Comparso per la prima volta nel 1955 con il sessuologo John Money, il lemma gender allude senza equivoci al fatto che l'individuo è, ab origine,, neutro e, per così dire, asessuato, e si rappresenta liberamente come uomo o come donna, in una riduzione dell'elemento biologico non tanto, come si ripete, a quello culturale, sociale e convenzionale, ma semmai al consumatore solitario e sciolto da ogni vincolo con il genere, con il sesso e con la comunità di appartenenza.
L'antropologia genderistica muove dal falso presupposto
secondo cui gli esseri umani, lungi dal nascere all'interno di famiglie in cui la differenza sessuale è costitutiva, spuntano ed esistono con i funghi evocati da Hobbes nel De cive.
Promettendo la liberazione degli individui e, in verità, promuovendo la loro integrale sussunzione sotto leggi del capitale, la gendercrazia aspira a creare un nuovo modello umano unisex, infinitamente manipolabile, perché privo di un'identità che non sia quella di volta in volta stabilita dalla sfera della circolazione. 

Proteo postmoderno, individuo genderizzato e postidentitario potrà, in astratto, assumere tutte le forme che vorrà darsi, in quanto non più vincolato ad alcuna identità di sesso e di genere: in concreto, assumerà al pari dei liquidi, la forma che di volta in volta il contenitore del turbocapitalismo vorrà imporgli.
Come il falso multiculturalismo, che risolve le culture e ne rioccupa lo spazio vacante con il valore di scambio, la teoria del gender produce il livellamento e la neutralizzazione delle differenze, affinché l'economia possa integralmente impadronirsi del nuovo individuo senza identità. 
L'uomo unisex corrisponde a un puro atto materiale consumatore di merci ed erogatore di forza lavoro flessibile e precaria, ciò che suffraga i versi di Franco Fortini: “Al profitto e al suo volere / tutto l'uomo si tradì”.
[…] La posmodernizzazione, lo abbiamo detto, procede frammentando le identità e lo fa anche nell'ambito del sesso, ricostruendo l’ultima - e apparentemente più solida - barriera identitaria, quella sessuale, mediante la negazione del dimorfismo maschile e femminile.
L’indifferenzialismo sessuale propugnato dell'ideologia genderista si fonda sul falso presupposto in accordo con il quale  la vera giustizia risiede nella conciliazione coatta delle differenze e nella coerente produzione del modello unico indistinto, uniformato, indifferenziato, diversificato solo per il valore di scambio singolarmente disponibile. Ciascuno atomo unisex, originariamente indifferenziato, potrà poi decidere cosa essere in concreto (uomo, donna, tranne tender, eccetera), sul fondamento del suo incondizionato desiderio consumistico.
Come abbiamo visto, il teorema fondativo del genderismo è quello in accordo con il quale “saremmo veramente uguali solo essendo identici; avremmo lo stesso valore assumendo gli stessi ruoli, mentre il riconoscimento delle differenze, anche le più evidenti, perpetuerebbe l’ineguaglianza e l'oppressione".

In tal modo, l'uguaglianza va a coincidere con la neutralizzazione e con l'indistinzione e, insieme, prolifera al ritmo stesso del prosperare della disuguaglianza economica, l'unica che non venga mai messa in discussione, né menzionata, nel quadro del nuovo ordine mondiale, del quale è a tutti gli effetti il fondamento primissimo.
La stessa differenza di sesso di genere tra uomo e donna viene additata come discriminatoria e, conseguentemente, cancellata a favore dell'individuo gender fluid, che liberamente -  pura materia non signata - potrà determinare da sé cosa essere, secondo il proprio capriccio consumistico e il proprio privato desiderare sciolto da ogni legge.
[…] In termini generali, le gender theories insistono sul
fatto che il maschile e il femminile sarebbero un mero costrutto socio culturale e che siffatto costrutto verrebbe da sempre impiegato da una parte (il maschile) per soggiogare dominare l'altra (il femminile). La terapia proposta è, inevitabilmente, la neutralizzazione, l’indifferenziazione neutralizzante.
Più precisamente, secondo l’ortopedizzazione variamente proposta dai gender studies  e dai pedagoghi dell’eroticamente  corretto, la società deve essere sessualmente neutra e unisex e, al tempo stesso, ipersessualizzata: neutra, giacché deve essere annullata la differenza tra il maschile e il femminile, a beneficio del soggetto unisex che si autodetermina secondo il proprio desiderio individualizzato di matrice panconsumistica; ipersessualizzata, perché la desacralizzazione del sesso il suo affrancamento dalla vita etica familiare e dalla sua funzione procreativa lo inseriscono nei circuiti del plusgodimento.




Il cosiddetto “rifiuto degli stereotipi” sempre invocato degli architetti del genderismo e dai pedagoghi dell'ortodossia si rivela esso stesso funzionale alla creazione del nuovo e insindacabile stereotipo dell'individuo neutro genderizzato: che ha appreso a respingere aprioristicamente come “omofobico” e pericolosamente connesso al vecchio “patriarcato” tutto ciò che esuli dal nuovo ordine amoroso. (pp.224 e sgg). 

lunedì 3 dicembre 2018

IL GULAG PER RIEDUCARE GLI "OMOFOBI" ?

 L’intervento I NUOVI GULAG è apparso il 27.9.18 
sulla rivista americana First Things 
(Journal of Religion and public Life).
Autore è Carl R. Trueman  Professor in the Alva J. 
Calderwood School of Arts and Letters at 
Grove City College, Pennsylvania. 

Nell’articolo Trueman sottolinea la crescente intolleranza degli attivisti LGBTQ  verso i loro presunti “nemici”. Il fatto che si raccomandino i gulag per i cosiddetti “omofobi” mostra la radicale politicizzazione degli studi umanistici da un lato, dall’altro conferma il vecchio detto che chi non studia la storia è condannato a ripeterla. 

L’articolo di Trueman è stato segnalato dalla Newsletter della rivista Vita e Pensiero Plus, 30 (che ringraziamo):
Per la versione originale dell’articolo vai a: 
https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/the-new-gulags?utm_source=Newsletter+Vita+e+Pensiero&utm_campaign=ea766aac1b-EMAIL_CAMPAIGN_2018_11_30_03_24&utm_medium=email&utm_term=0_0d38a7d305-ea766aac1b-213108113 


In effetti l'intervento di Trueman commenta un episodio accaduto in precedenza in un'università londinese e ripresa dal giornale The Telegraf, l'11.9.18, 
dal giornalista Patrick Sawer. 
Per leggere l’articolo originale del The Telegraf vai a: 




    As a new teacher at Grove City College, I thought it appropriate to start my upper-level humanities course by informing the students of my broad educational philosophy:

I am over fifty. I no longer care what anyone except my wife thinks about me. That particularly applies to anyone under the age of thirty-five. You should therefore feel free to disagree with me on anything I say because it is virtually impossible to offend me. But I must also add that, old and closed-minded as I am, I have no vested interest in holding an incorrect opinion on anything. Therefore, if you think I am wrong on some issue, be it historical, philosophical, or ethical, then you are under a moral obligation to persuade me to change my mind. But when you do so, please give me an argument, not some emotional plea based on your feelings. After all, if you simply feel I am wrong and I simply feel I am right, we’ll quickly find ourselves at an impasse.

That is my philosophy of education in miniature: I want to teach my students to think, which means the classroom must be a place where I challenge them and where they are free to challenge me. That is the only way true learning can be achieved in an ethical manner. It is not political, in that it privileges neither the right nor the left. It privileges only the common humanity of teacher and student. And yet it seems  such a philosophy is under increasing pressure from the usual suspects. In today’s world, loud voices claim that free inquiry and open discussion are no longer part of the solution to society’s ills; they have become the foundation of the problem.
Take, for example, the latest skirmish in the TERF Wars. At Goldsmiths University in London, LGBTQ activists have not only been waging a campaign to identify and presumably oust any faculty member who refuses to give unconditional support to transgender ideology. They have also suggested that any bigots who disagree should be dispatched to the gulags for re-education. Such silly analogies are common in the world of online polemics; what raises this silliness to the level of malevolent absurdity is that the students, after their proposal was criticized, attempted to justify it by claiming the gulags were compassionate educational institutions.    
The incident reveals catastrophic cultural and historical ignorance. This should not surprise. The humanities have been subject to ruthless politicization and concomitant trivialization over the years. I doubt those recommending the gulags have ever studied them. And I doubt they have taken the time to read Solzhenitsyn’s novella, One Day in the Life of Ivan Denisovich, or his magisterial Gulag Archipelago trilogy. Why would they bother, when their teachers have told them the history that portrays the gulags as morally significant has been constructed by white conservative males—men with a vested interested in rewriting history to disguise their own imperial atrocities?
Notably, this ignorance is closely tied to the wider questions of sex and identity highlighted by this incident. Long before the rise of transgenderism, Philip Rieff pointed to the anti-historical dimension of the sexual revolution, arguing that it depends on overthrowing historical norms of sexual behavior. It can involve specific acts that repudiate history. The example he gave was abortion. In a memorable if rather distasteful passage, he described abortion as a literal flushing away of the sexual act’s historical evidence. Transgenderism embodies this anti-historical tendency in its very repudiation of the body. Caitlyn Jenner is walking evidence of the desire to erase Bruce, just as every transgender person is a denial of the reality of his birth and prior life.
It is not surprising, then, that the transgender activists of Goldsmiths should prefer historical solecisms to Solzhenitsyn. History has only two functions for them: It is either an account of oppression to be overcome, or it is just another plastic body of evidence that can be twisted to fit any particular identity or policy which catches their fancy.
Above all, the incident reveals a different philosophy of education than the one I outlined to my class. It is not surprising that gulags appeal to such radicals because that is what they are trying to turn the university system into. The food might be better, the accommodation more pleasant, and with a three- to four-year sentence, the chances of coming out alive are pretty good. But the purpose is totalitarian: teachers of political orthodoxy cloning themselves through the student body. And that is a very dangerous tendency. 
I noted above that I want to teach my students to think. Others only want to teach their students to think like themselves. That contrast in educational philosophies could make the difference between a free society and one dominated by gulags, whether of the Siberian or university variety.


martedì 5 giugno 2018

SUL SESSANTOTTO. Di Rina Ceppi-Bettosini

In merito al dibattito sul '68, ospitiamo 
la testimonianza di Rina Ceppi-Bettosini uscita il 19 maggio 2018 
su "Il Giornale del popolo" che ringraziamo. 
 Il titolo è: "Liberté, Egalité, Fraternité… Mancava la Verité".






Ero un’adolescente dodicenne quando mi scoprii femminista. Avevo cominciato a sognare cosa avrei fatto da grande. Fin da piccola avevo desiderato studiare da maestra; ora però volevo diventare pilota d’aerei, viaggiare e fare tutte le cose da maschi. Cose semplici, intendiamoci, come non indossare il grembiule nero a scuola, non andare a Messa con il velo in testa, portare i calzoncini corti, giocare a calcio e alle biglie. Invece la tiritera era sempre la stessa: «Le bambine non fanno queste cose!» Ma io le volevo fare! «Non sarai mica una femminista», esclamò qualcuno. Doveva trattarsi di una cosa brutta, trasgressiva, come le parole che finivano con –ista che mio papà, da bravo conservatore, usava per indicare i nemici della religione. Ma se per realizzare i miei sogni di libertà occorreva essere femministe, bene, allora io sarei stata una femminista! 

Sedici anni: i cittadini svizzeri maschi votarono per decidere se concedermi il diritto di voto e di eleggibilità. Il mio spirito femminista lavorava a pieno regime in famiglia, nelle piazze del paese, a scuola. La domenica del 7 febbraio 1971 le urne sfornarono il sospirato sì. Evviva! Finalmente i maschi svizzeri si erano evoluti!
Durante gli anni di Preparatorio alla Magistrale la mia voglia di libertà si alimentava di nuove grandi parole come “Liberté, Egalité, Fraternité” e dello slogan preferito dai miei docenti di sinistra “religione, oppio per il popolo”. Mi ricordo che a religione scrissi un tema, in cui sostenevo convinta che Gesù fosse il più grande comunista di tutti i tempi, in quanto difendeva i poveri, prometteva guai ai ricchi e non faceva differenze fra uomini e donne. Il docente prete mi fece notare delicatamente che Gesù non poteva essere comunista, poiché era un fervente credente, addirittura il Figlio di Dio Padre e il comunismo negava per definizione l’esistenza di Dio. Dettaglio che mi fece riflettere; non riuscivo a concepire un mondo senza Dio. Tuttavia lo slogan marxista faceva presa su noi ragazzi, intenti a scrollarci di dosso vecchie e rigide norme morali, soprattutto in materia sessuale e di abbigliamento. La Chiesa stava perdendo terreno. Si facevano largo idee come “si può essere buoni cristiani anche senza andare a Messa tutte le domeniche e si può pregare e leggere la Bibbia anche da soli, in casa”, per approdare di lì a poco alla convinzione che “si poteva amarsi benissimo anche senza sposarsi in chiesa, anzi, senza sposarsi del tutto”. Strana coincidenza: agli inizi degli anni Settanta fra i miei compagni di scuola entrava in scena la droga, quella vera, non l’oppio di Marx...
Al liceo, durante le nostre contestazioni per una maggiore partecipazione degli allievi alle decisioni della scuola, spuntò una scritta pro diritto all’aborto. “Possibile che si rivendichi il diritto a uccidere?” pensai.
A Zurigo entrai per la prima volta in una libreria per le donne. Vidi una miriade di libri femministi, un concentrato di titoli, forieri di una umanità vagamente inquietante, che poco si conciliava con il “mio” femminismo. Se da un lato simpatizzavo con la letteratura che denunciava le ingiustizie di cui eravamo oggettivamente vittime noi donne, dall’altro ero perplessa di fronte alla radicalità di certe tematiche. Eravamo in pochi a leggere davvero autrici come Simone de Beauvoir e Alice Schwarzer, eppure il loro pensiero influenzava tutti con frasi lapidarie del tipo “donna non si nasce, lo si diventa” oppure “la pancia è mia (e ne faccio ciò che voglio)” e finiva per impegnarci in accese dispute sui contraccettivi, l’aborto, le donne discriminate, l’omosessualità, il libero amore.
Allora non ero consapevole di essere parte di una realtà ancora in embrione, che era però già stata formulata in precedenza da influenti teorici di una battaglia culturale marxista che avrebbe cambiato radicalmente la società. Solo anni più tardi scoprii per esempio che, mentre noi studenti si discuteva ancora di parità fra uomini e donne, di tolleranza verso le persone omosessuali e di maggiore comprensione per le donne che in certi casi particolarmente difficili sceglievano di abortire, già nel 1971 Shulamith Firestone in “La dialettica dei sessi” aveva scritto parole di fuoco, che avrebbero incenerito la nostra idealistica visione di progresso sociale: “L’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere, a differenza di quello del primo movimento femminista, non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale.” Scrisse nel 1955 José Ortega y Gasset in “El tema de nuestro tiempo”: “Da ciò che si pensa oggi (nelle università) dipende quello che si vivrà domani sulle strade e nelle piazze.”
Quanto aveva ragione!

Infatti: Marx ed Engels teorizzavano la deregolamentazione della sessualità come arma per abolire le strutture patriarcali basate sul matrimonio, la famiglia e il ruolo di donna-madre. L’emancipazione della donna e il suo inserimento nella catena di produzione esigeva che l’educazione dei bambini passasse allo Stato. Judith Butler, una delle massime teoriche del femminismo, nella sua opera “Questioni di genere”addirittura supera lo stesso femminismo, considerandolo solo una tappa intermedia verso il reale traguardo del dissolvimento dell’identità sessuale tout court, perché solo allora l’individuo arriverà alla totale emancipazione dalla dittatura della natura e potrà finalmente riconfigurarsi liberamente in ogni momento. Concetti come uomo e donna, matrimonio e famiglia, padre e madre, ma anche sessualità e fertilità vengono sganciati dalla loro peculiarità naturale, in quanto giustificherebbero l’egemonia dell’uomo sulla donna e dell’eterosessualità su tutte le altre numerose forme di sessualità. “Secondo la Butler, le famiglie non si costituiscono solo con il matrimonio e attraverso la discendenza, ma anche per mezzo di atti arbitrari di appartenenza momentanea. Nell’universo parallelo butleriano, i bambini non vengono concepiti ma “progettati” e prodotti con l’aiuto di tutte le possibilità tecniche disponibili, quali la donazione di sperma e di ovuli, la maternità surrogata, gli uteri artificiali e la manipolazione genetica”, si legge in “La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà” di Gabriele Kuby.
Ormai ci siamo quasi, no?
Ma tutto questo non ha più nulla a che fare con il femminismo che sognavo da giovane sessantottina in cerca di libertà. Non ci può essere vera libertà in una visione del mondo che si è congedata dalla verità costitutiva dell’umanità, dalla creatura binaria e meravigliosamente complementare.
Sulla bandiera della Rivoluzione Francese, accanto a Liberté, Egalité, Fraternité mancava una parola importante e manca pure su quella della Rivoluzione sessuale globale: Vérité!

giovedì 3 maggio 2018

LA LUPA CHE ALLATTA. Commento di Luciana Piddiu

Pubblichiamo il commento di Luciana Piddiu sull'episodio dell'oscuramento delle mammelle della lupa capitolina, nella partita Roma Barcellona (Teheran, aprile 2018)  

L’oscuramento delle mammelle della lupa capitolina, durante la partita Roma- Barcellona, trasmessa di recente dalla TV iraniana, ha suscitato molti commenti.


Per lo più ironici e divertiti, alcuni quasi impertinenti, come quello di Gianluca Nicoletti, su La Stampa, che immagina di equipaggiare con un bel paio di mutande il toro che compare nel simbolo della squadra del Torino. 
Ma se ci si interroga, al di là dell’ironia, sul significato profondo di quella censura c’è davvero poco da ridere. 
Quella scelta di cancellazione del seno rivela e svela un suo significato simbolico profondo. Il seno è per eccellenza il simbolo della femminilità. Il seno nutre e dà piacere, è la quintessenza dell’essere femminile. Conta poco che il seno in questione appartenga a un animale, la cosa scandalosa è che la lupa stia allattando due bambini. 
Il seno è donna e suscita il desiderio, lo genera: questo a Teheran, è ancora oggi, a dispetto della millenaria civiltà persiana, considerato una colpa. Il corpo della donna, desiderato e proibito, è una minaccia per l’ordine sociale costituito. E quell’immagine riprodotta sul gagliardetto della Roma, ricorda il desiderio e la proibizione ancestrale che riguarda proprio la relazione fra i poppanti e il corpo della madre. È il richiamo al corpo della loro madre, desiderata e interdetta, che ha turbato i censori della TV di stato iraniana. 
Da quel ricordo infantile trae origine l’inquietudine e l’angoscia nei confronti del corpo della donna considerato impuro e sporco. Per questa ragione la donna può circolare nello spazio pubblico solo se opportunamente velata. Il velo salva l’uomo da suoi stessi inconfessabili desideri. 
E diciamolo finalmente: per quanto abbia alle spalle una civiltà antica e raffinata, che onora i poeti e i cultori della lingua parsi, la teocrazia islamica dei mullah ha paura dei seni di una lupa. Censurandoli rivela la sua idiosincrasia, quasi paranoica verso gli esseri femminili, a dispetto della sua pretesa modernità. 
Ma i gesti, come i simboli, non mentono! 

lunedì 25 dicembre 2017

LA FINE DELLA MADRE? Sul saggio di SCARAFFIA

Pubblichiamo questo testo di Fausto Sesso sul saggio 
La fine della madre di Lucetta Scaraffia (Neri Pozza), 
tratte dal blog  (3.12.17) www.fuoridallemura.it 

«Il padre è costruzione, il padre è artificio: diversamente dalla madre, che continua in campo umano una condizione consolidata e onnipresente ai livelli che contano della vita animale. Anche la madre che oggi conosciamo è, ovviamente, un prodotto della civiltà, ma a partire da un piedistallo biologico. Il padre è programma – forse il primo programma –, è intenzionalità, è volontà (potrebbe corrispondere all’invenzione della volontà?) ed è, quindi, autoimposizione. [...] Rispetto alla madre il padre è molto più insicuro della propria condizione. In pratica, non l’evoluzione animale ma solo la storia (nel senso più vasto, che include la preistoria) e l’esistenza psichica hanno dato al maschio la qualità di padre: ed egli la stringe con più rigidità, diffidenza, aggressività e con meno spontaneità di come la madre stringe la condizione sua. Perché se solo la storia gliel’ha data, la storia se la può riprendere». Sono passati diciassette anni da Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, fondamentale saggio di Luigi Zoja. E il «piedistallo biologico» che avrebbe dovuto proteggere la Madre dalle mutazioni della Storia pare vacillare. Se il padre è morto, insomma, neppure la madre si sente molto bene. 
A ricordarcelo, fin dal titolo, è il saggio La fine della madre di Lucetta Scaraffia. «Anche le madri – che ricorrono al concepimento in vitro, all’acquisto degli ovuli se non addirittura all’affitto dell’utero – diventano sempre più simili al modello paterno, che prevede un riconoscimento volontario e istituzionale e un ridotto contributo biologico. Mentre la scena della procreazione si fa sempre più affollata perché comprende, oltre ai due genitori, gli eventuali donatori o la donna che affitta l’utero, i medici che compiono le operazioni necessarie e perfino le istituzioni che mediano i rapporti fra i cosiddetti “donatori” con gli aspiranti genitori». Tutto ciò viene comunemente interpretato «come passi in avanti sul piano della libertà individuale e come applicazione pratica delle nuove scoperte delle tecnoscienze. Quasi che sia la libertà individuale, sia il progresso nelle tecnoscienze, fossero processi autonomi, non controllati dagli esseri umani, ma avanzassero spinti dagli eventi, portando quindi l’umanità a esiti fatali e incontrastabili». Siamo, in realtà, di fronte a delle «trasformazioni antropologiche di vasta portata che stanno cambiando radicalmente il nostro modo di essere e le nostre società perché toccano punti nevralgici e profondi della condizione umana, a cominciare dalla generazione». 
E a preoccupare è la prospettiva futura più che la contingenza del presente. «La pratica dell’utero in affitto può essere considerata infatti una prova generale di un progetto di gran lunga peggiore: quello di trasferire la gravidanza in un utero artificiale. [...] All’inizio, per farlo accettare – scrive Atlan – si dirà che serve a evitare aborti, salvare feti abortiti o perfino funzionare da rimedio alla sterilità, poi, ovviamente, potrà essere usato in mille altri modi. Tutti finalizzati a eliminare il rapporto fra una donna e il figlio, tutti tesi a distruggere la relazione materna». In realtà, si comincia già a fare a meno perfino dell’ipocrisia e gli scopi vengono dichiarati esplicitamente. Come dalla genetista Aarathi Prasad nel saggio Storia naturale del concepimento. «Quando l’utero artificiale diventerà disponibile, una distribuzione equa del travaglio (nel senso di parto) sarà finalmente alla nostra portata. [...] Quella madre potrebbe addirittura rinunciare alla gravidanza, lasciando al medico il compito di stabilire le condizioni ideali per lo sviluppo del feto. Lei potrebbe persino continuare a lavorare, come fanno gli uomini, fino al giorno della nascita. Sarebbe il grande livellatore biologico e sociale, un modo realmente nuovo di pensare al sesso». Fino all’estrema frontiera: l’anarchia riproduttiva. «Il genitore single definitivo probabilmente sarà una donna a cui serviranno solo le proprie cellule staminali e un cromosoma Y artificiale per riuscire a produrre ovuli e spermatozoi. Potrebbe fare un figlio usando due ovuli tutti suoi, convertendone uno in pseudo-spermatozoo così da autofecondarsi, come già gli scienziati hanno fatto con i topi». 
«La rivoluzione femminista iniziata nell’Ottocento, al di là di una veste semplicemente emancipazionista, conteneva in germe una grande possibilità: quella di portare i valori femminili nello spazio pubblico, di farli riconoscere validi per tutti per la loro importanza straordinaria e innovativa. [...] Una diversa gerarchia di priorità, che avrebbero potuto seriamente mettere in crisi la società concepita al maschile». È stata «forse l’utopia più alta e più radicale fra quelle germinate – e fallite – nel Novecento». E una della cause del suo fallimento è non aver compreso che, suggerisce Alain Badiou, le donne avrebbero dovuto diffidare, molto più che degli uomini, di ciò che, in fatto di liberazione, veniva loro proposto dal capitale. Così il «traguardo» che oggi il capitalismo propone alle donne è ben poca cosa, come scrive la Scaraffia: «arrivare a ottenere il medesimo potere e il medesimo reddito degli uomini, la loro medesima libertà dal “pericolo” di procreare. Anche a costo di rinunciare alla maternità: alla realtà e al simbolo della maternità». Tutto ciò è promosso, in particolare, dalle vestali del capitalismo, le donne di cultura che – anziché fornire strumenti di consapevolezza – su questo tema si costruiscono, o alimentano, una carriera giornalistica, letteraria, artistica, politica e perfino istituzionale. E su ciò, con la complicità della grande informazione, impera un feroce conformismo che non lascia spazi pubblici di contestazione. Di conseguenza, non c’è tema su cui l’inconsapevolezza, ad ogni livello, sia così assoluta. «Infatti, se si alzano ancora delle proteste da parte di ciò che resta dei movimenti femministi, è per lamentare che le donne non sono ancora abbasta numerose nei ruoli apicali, che spesso il loro salario rimane inferiore». 
Siamo alla fine della madre, dunque? Di sicuro ad essere minacciata, scrive la poetessa e femminista Adrienne Rich, è «l’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne: il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna. Per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di quella esperienza». 

sabato 2 dicembre 2017

SESSUALITÀ' E GENERE: report pubblicato dalla rivista THE NEW ATLANTIS

Pubblichiamo il report redatto dagli universitari  americani
Lawrence Mayer e Paul McHugh che sul 
"THE NEW ATLANTISJournal of Technology & Society" (autunno 2016)  dedicano un'approfondita ricerca  su sessualità e genere approfondendo le varie implicazioni sia cliniche e soggettive sia sociali e civili. 
La traduzione di Lucia Braghini è autorizzata  
da "The New Atlantis" che ringraziamo. 
Il testo originale inglese è consultabile all'indirizzo: 
http://www.thenewatlantis.com/sexualityandgender

La ricerca (114 pp.) può essere letta in italiano e scaricata cliccando qui:

NOTA DEL CURATORE. Le questioni relative alla sessualità e al genere toccano alcuni degli aspetti più intimi e personali della vita umana. Negli ultimi anni hanno anche vessato la politica americana. Offriamo questo report – scritto dal dr. Lawrence S.Mayer, epidemiologo con formazione in psichiatria, e dal dr. Paul R. McHugh, che può essere definito il più importante psichiatra americano dell’ultimo mezzo secolo – nella speranza di migliorare la comprensione pubblica di tali questioni.  Analizzando le ricerche nel campo delle scienze biologiche, psicologiche e sociali, questo report mostra che alcune delle affermazioni riguardo alla sessualità e al genere che si sentono con maggiore frequenza non sono sostenute da evidenze scientifiche. 

Il report si concentra in modo particolare sui maggiori tassi di problemi di salute mentale tra le popolazioni LGBT, e mette in discussione la base scientifica delle tendenze nel campo dei trattamenti per i bambini che non si identificano con il loro sesso biologico. Si auspica un maggiore impegno per offrire a queste persone la comprensione, la cura e il sostegno di cui hanno bisogno per condurre vite sane e prospere.


Introduzione 

Pochi argomenti sono così complessi e controversi come l'orientamento sessuale e l'identità di genere umani. Queste questioni toccano i nostri pensieri e sentimenti più intimi, e contribuiscono a definirci sia come individui sia come esseri sociali. Le discussioni delle questioni etiche sollevate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere possono diventare accese e personali, e le questioni politiche associate provocano a volte intense controversie. I contendenti, giornalisti e legislatori coinvolti in questi dibattiti invocano spesso l'autorità della scienza, e nei notiziari, sui social media e nella cultura popolare in senso più ampio sentiamo affermazioni su ciò che “dice la scienza” su questi argomenti.
Questo report offre un accurato sommario e una spiegazione aggiornata di molte delle più rigorose conclusioni prodotte dalle scienze biologiche, psicologiche e sociali in relazione all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Esaminiamo un vasto corpus di letteratura scientifica a diverse discipline. Cerchiamo di riconoscere i limiti delle ricerche e di evitare conclusioni premature che porterebbero a una sovrainterpretazione delle risultanze scientifiche. Poiché la relativa letteratura è piena di definizioni incoerenti e ambigue, non esaminiamo soltanto le evidenze empiriche, ma approfondiamo anche i problemi concettuali soggiacenti. Questo report, comunque, non discute questioni etiche o politiche; ci concentriamo sull'evidenza scientifica – cosa mostra e cosa non mostra. 
Cominciamo nella Parte Prima esaminando in modo critico se concetti come eterosessualità, omosessualità e bisessualità rappresentino delle qualità distinte, fisse e biologicamente determinate degli esseri umani. Nell'ambito di questa discussione, prendiamo in considerazione la popolare ipotesi del “nati così”, che postula che l'orientamento sessuale umano sia biologicamente innato; prendiamo in esame le evidenze a supporto di questa affermazione provenienti da varie sottospecialità delle scienze biologiche. Esploriamo le origini evolutive delle attrazioni sessuali, la misura in cui queste attrazioni possono cambiare nel corso del tempo e le complessità inerenti l'integrazione di queste attrazioni nella propria identità sessuale. Attingendo alle evidenze dagli studi sui gemelli e altri tipi di ricerca, esploriamo i fattori genetici, ambientali e ormonali. Esploriamo anche alcune evidenze scientifiche che mettono in relazione le scienze della mente e l'orientamento sessuale. 
Nella Parte Seconda esaminiamo le ricerche sugli esiti di salute rispetto all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Si rileva in modo costante un rischio maggiore di esiti di precaria salute fisica e mentale per le sottopopolazioni lesbiche, gay, bisessuali e transgender rispetto alla popolazione generale. Questi esiti comprendono la depressione, l'ansia, l'abuso di sostanze e, cosa più allarmante, il suicidio. Per esempio, nella subpopolazione transgender statunitense, il tasso di tentativi di suicidi è stimato superiore del 41% rispetto a quello della popolazione generale. Come medici, accademici e scienziati crediamo che le discussioni che seguono in questo report devono essere lette alla luce di questo aspetto di salute pubblica. 
Esaminiamo anche alcune idee che vengono proposte per spiegare questi diversi esiti di salute, compreso il “modello dello stress sociale”. Questa ipotesi – secondo la quale i fattori di stress come lo stigma e il pregiudizio spiegano gran parte delle maggiori sofferenze osservate in queste subpopolazioni – non sembra offrire una spiegazione completa per i differenti esiti. 
Proprio come la Parte Prima analizza la supposizione secondo la quale l'orientamento sessuale è fisso ed ha una base causale biologica, una sezione della Parte Terza esamina questioni simili in riferimento all'identità di genere. Il sesso biologico (le categorie binarie di maschio e femmina) è un aspetto fisso della natura umana, anche se alcuni individui affetti da disturbi dello sviluppo sessuale possono mostrare caratteristiche sessuali ambigue. Di contro, l'identità di genere è un concetto sociale e psicologico non ben definito e le evidenze scientifiche che sia una qualità biologica innata e fissa sono ridotte. 
La Parte Terza prende in esame anche le procedure di riassegnazione sessuale e le prove della loro efficacia nell'alleviare gli esiti di precaria salute mentale sperimentati da molte persone he si identificano come transgender. In confronto alla popolazione generale gli individui transgender che si sono sottoposti all'intervento chirurgico continuano ad esser esposti ad un alto rischio di esiti di precaria salute mentale. 
Un ambito di particolare preoccupazione riguarda gli interventi medici per i giovani non conformi dal punto di vista del genere. Essi vengono sempre più sottoposti a terapie affermative del loro genere percepito, e persino a trattamenti ormonali o modificazioni chirurgiche ad una giovane età. Ma la maggioranza dei bambini che si identificano con un genere non conforme al proprio sesso biologico non si identificheranno più in questo modo quando raggiungeranno l'età adulta. Siamo turbati ed allarmati per la gravità e la irreversibilità di alcuni interventi che vengono attualmente discussi pubblicamente ed utilizzati per i bambini. 
L'orientamento sessuale e l'identità di genere oppongono resistenza ad una spiegazione attraverso semplici teorie. C'è un grande divario tra la sicurezza con la quale si sostengono le opinioni su questi temi e ciò che una sobria valutazione della scienza rivela. Di fronte a questa complessità ed incertezza, è necessario che siamo umili rispetto a quanto conosciamo e quanto non conosciamo.     Riconosciamo senza difficoltà che questo report non è né un'analisi esaustiva dei temi che affronta, né l'ultima parola su di essi. La scienza non è affatto l'unica via per comprendere questi argomenti incredibilmente complessi e sfaccettati; ci sono altre via di saggezza e conoscenza – comprese l'arte, la religione, la filosofia e l'esperienza umana vissuta. E gran parte della nostra conoscenza scientifica in questo ambito rimane non definitiva. Tuttavia, offriamo questo panorama della letteratura scientifica nella speranza che possa fornire un quadro condiviso per una trattazione intelligente, illuminata negli scambi politici, professionali e scientifici – e possa accrescere la nostra capacità, da cittadini preoccupati, di alleviare le sofferenze e promuovere la salute e la prosperità umane. 


sabato 18 novembre 2017

LA RIVOLUZIONE GENDER GLOBALE IN NOME DELLA LIBERTA? Il libro di Gabriele Kuby

Del nuovo libro della saggista e sociologa tedesca 
GABRIELE KUBY, La rivoluzione sessuale globale. 
Distruzione della libertà nel nome della libertà (Sagarco), 
presentiamo il primo paragrafo.
Il volume, tradotto da Roberta Romanello in collaborazione 
con Rina Ceppi-Bettosini, con l'Introduzione 
del Card. Carlo Cafarra,  prefazione di Robert Spaemann e Postfazione di Toni Brandi, è stato tradotto in nove lingue. 

Gabriele Kuby, sociologa, saggista e giornalista tedesca, è relatrice internazionale (Europa, USA, Taiwan, Hong Kong, Australia, Nuova Zelanda) sul tema della rivoluzione sessuale globale. Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1997, ha pubblicato undici saggi diffusi 
e tradotti in tutto il mondo, tra cui ricordiamo 
Gender Revolution - Il relativismo in azione (2006). 


DISTRUZIONE DELLA LIBERTÀ
NEL NOME DELLA LIBERTÀ
"L’eccessiva libertà non sembra mutarsi in altro che nell’eccessiva schiavitù, tanto per il singolo quanto per la città. È quindi naturale che la tirannide si formi solo dalla democrazia, ossia che dall’estrema libertà si sviluppi la schiavitù più grave e più feroce". PLATONE (La Repubblica)
La deregolamentazione della sessualità 
Ci troviamo nel bel mezzo di un processo sconcertante: norme fondamentali del comportamento umano, che fino a qualche decennio fa avevano una valenza generale, sono state sospese e ciò che una volta era un bene viene oggi considerato un male. Queste norme riguardano la procreazione umana e l’istituzione universale atta al suo compimento: la famiglia.
Nel 1948 le nazioni sconvolte dalla Seconda Guerra Mondiale formularono la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo, che all’articolo 16 afferma: « La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato ». La famiglia nasce dal matrimonio di un uomo e una donna che si impegnano a condividere la propria vita e che sono pronti a crescere ed educare i propri figli. La famiglia esige la monogamia, cioè la fedeltà sessuale tra gli sposi: se la monogamia viene abbandonata come orientamento morale, la famiglia si sfascia. Valori di riferimento, costumi e leggi ancorano questa elevata norma morale alla vita della gente. 
Negli ultimi quarant’anni questi valori, costumi e leggi sono stati smontati. Nelle culture del benessere occidentali il processo iniziò con la rivoluzione studentesca. oggi è il progetto di rivoluzione culturale messo in atto dalle élites di potere: dall’inizio degli anni Settanta una potente lobby – con l’aiuto delle Nazioni unite (ONU), dell’unione Europea (EU) e dei media – si batte per un capovolgimento del sistema valoriale. Il fine è la libertà assoluta, sciolta da qualsiasi limite naturale e morale, dove l’essere umano è inteso come individuo «nudo ». Per una simile libertà assoluta, che si vuole emancipare persino dalla « dittatura della natura », ogni vincolo naturale è un ostacolo da rimuovere; per una libertà così intesa non esiste né bene né male e non esiste normatività. Le armi concrete di questa battaglia sono la decostruzione della bipolarità sessuale, il sovvertimento delle norme sociali e della mentalità della popolazione, in particolare dei giovani, nonché la totale equiparazione legale delle relazioni omosessuali al matrimonio, fino ad arrivare all’ostracismo sociale e alla criminalizzazione giuridica di chi si oppone a questo processo. 


Il processo sorprende perché questo « uomo nuovo », e la conseguente dissoluzione di ogni sistema normativo, hanno assunto carattere di priorità operativa per le Nazioni unite, per l’unione Europea e per altri Stati indipendenti, sebbene questa strategia di rivoluzione culturale non contribuisca in alcun modo a risolvere i grandi problemi che affliggono il nostro tempo. Al contrario! L’epocale svolta demografica scardinerà la struttura sociale dell’Europa: negli ultimi quarant’anni, nella maggior parte dei Paesi europei, i tassi di natalità sono scesi molto al di sotto del livello di ricambio generazionale. Nella misura in cui questi Paesi cercano di colmare il deficit con l’immigrazione, essi compromettono la loro stessa cultura. Una politica orientata al bene comune dovrebbe dare priorità alle politiche sociali volte al rafforzamento della famiglia, invece che promuovere – mettendosi al servizio di piccole minoranze – la deregolamentazione delle norme sessuali, depredando la famiglia dei suoi valori fondanti. 
Questo processo sorprende anche perché distrugge le premesse che hanno dato origine all’alta cultura europea, un modello di successo per il mondo intero. Fino a qualche decennio fa questa cultura aveva un fondamento cristiano: il cristianesimo fornì le basi morali che furono tramandate di generazione in generazione. L’essenza di questa cultura è costituita dalle scelte operate dai nostri antenati per il bene e il vero, decisioni che in ogni tempo hanno richiesto abnegazione e sacrificio da parte del singolo. Violenti e prepotenti dominatori, guerre, chierici corrotti e persino i tremendi sistemi di terrore ateo del ventesimo secolo non sono riusciti a sradicare la cultura cristiana. Furono le famiglie che – con fatica – non solo resero possibile la sopravvivenza, ma tramandarono questa cultura nelle condizioni più avverse. Dopo ogni catastrofe il germoglio della cristianità tornava a rifiorire, fino ad arrivare all’unificazione dell’Europa, basata sui nobili valori dei suoi fondatori cristiani. 
Ciò che accade oggi va più in profondità. Non si tratta della ditta- tura del proletariato o della dittatura di una razza superiore; i regimi di terrore erano riconoscibili come oppressori e potevano essere abbattuti in dodici o settant’anni, a seconda dei casi. oggi l’assalto è indirizzato alla più intima struttura morale dell’uomo, quella che rende l’uomo capace di libertà. La scure è posta alla radice. 
La premessa dalla quale parte questo libro è che il dono meraviglioso della sessualità debba essere coltivato per rendere gli uomini capaci di vivere con successo le relazioni e la vita stessa. 
Al contrario, la volgare esternazione di qualsivoglia desiderio distrugge la persona e la cultura. un uomo sessualizzato sin dall’infanzia impara « che è bene vivere in modo spontaneo tutti i desideri ed è male porre dei limiti agli stessi ». Egli sfrutta il proprio corpo e quello degli altri per soddisfare i propri impulsi sessuali e non per esprimere amore. Questo impulso è potente, poiché è preposto alla continuazione della specie umana; chi non impara a coltivarlo affinché diventi espressione d’amore, aperto alla vita, ne viene dominato, perde la propria libertà e non sente più la voce della propria coscienza. La persona perde la capacità di amare, di legarsi e perde il desiderio di trasmettere a sua volta il dono della vita. Diventa incapace di impegnarsi culturalmente, si ammala psichicamente e fisicamente, perde il desiderio e la capacità di conservare la propria cultura creando così i presupposti per il sopravvento di un’altra cultura più vitale. 
Il concetto cristiano che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio fu il fondamento dell’inalienabile dignità di ogni persona e gettò le basi per l’idea di Stato e di società costituiti sul principio di libertà. Lo straordinario progresso scientifico e tecnologico deve all’alta cultura plasmata dal cristianesimo il suo vincolo nei confronti della ragione e della verità, che favorì la ricerca scientifica oggettiva e libera da preconcetti. 
Ma il riconoscimento di Dio creatore, l’inalienabilità della dignità umana, la validità universale dei valori morali e la ricerca della verità, libera da ogni ideologia, sono oggi sotto assedio. 
Le conseguenze sono drammatiche: molti uomini non vogliono più trasmettere la vita che loro stessi hanno ricevuto; le famiglie sono disgregate, il livello di prestazione delle giovani generazioni è in calo, il venti per cento dei quindicenni è incapace di comprendere ciò che legge, sempre più bambini e giovani soffrono di disordini psicologici; il diritto alla vita dei bambini concepiti, dei disabili e degli anzia- ni non viene più protetto; la libertà religiosa, la libertà scientifica, la libertà di espressione e la libertà di ricerca sono compromesse. 
Tutto questo accade nel nome di un’ideologia che nega il fatto che l’essere umano esiste come uomo e come donna, che questa polarità plasma la sua identità e che è la condizione per la riproduzione della razza umana (le anomalie psichiche e fisiche non cambiano questo dato di fatto). Mai prima d’ora era stata diffusa un’ideologia che vuole distruggere l’identità sessuata dell’uomo e della donna e ogni norma etica relativa al comportamento sessuale. L’ideologia in questione si chiama gender mainstreaming
Esistono molteplici altri fattori alla base del drammatico cambia- mento in atto: ecologici, economici, tecnico-scientifici, ma nessuno di questi fattori mira strategicamente alla radice del genere umano, alla sua identità come uomo e donna, consegnando il singolo in balia degli insaziabili impulsi sessuali svincolati da qualsiasi norma etica. 
La creazione di sistemi ideologici che provocarono immani distruzioni e che costarono la vita a milioni di persone era stata, fino ad oggi, una prerogativa maschile. L’ideologia gender è stata ideata e viene promossa dalle femministe radicali, con conseguenze future inimmaginabili. Molte culture si sono sgretolate per degenerazione morale; ma che la degenerazione morale venga imposta con mezzi politici e culturali, questa è una novità.