sabato 22 marzo 2014

MASCHIO E FEMMINA, PADRE E MADRE di Andrea Brancolini

In seguito alcuni passi dell'articolo di Andrea Brancolini "Maschio e femmina, padre e madre, genitore 1 e genitore 2: una sfida culturale" uscito sulla rivista L'UNIONE, bimestrale cattolico (Villasanta, Monza) nel febbraio 2014  
"Fino a non molti anni fa si poteva leggere nei manuali di psicologia e psichiatria riguardo all’omosessualità, che essa era da considerarsi una patologia d’identità. Oggi questa dizione è stata espunta dai manuali, ma che cosa dicono gli psicologi a riguardo? Si è effettivamente prodotto a livello scientifico, come i ben pensanti usano dire per avvalorare le loro opinioni, un risultato tale da provare in- controvertibilmente che essa, l’omosessualità, ed ogni altra forma d’identità sessuale che non sia conforme al corpo dato, sia di fatto non patologica?
Chi ha modo di leggere, sondando la sterminata bibliografia a riguardo, alcuni testi di psicologi provati, s’imbatte in una letteratura fatta di prudenza e tutela per l’individuo e, insieme, di casi clinici.
Una letteratura, cioè, che non affronta il problema a partire da una pretesa “nuova sensibilità epocale”, presuntivamente affermata come più emancipata e rispettosa della precedente, bensì che offre una miriade di racconti, di fatti carichi di sofferenza e fatica, di contraddizioni e rimorsi emersi proprio dal lettino dello psicanalista, nel dialogo con lui, nell’ascolto clinico di chi vive la fatica d’assumere la propria identità di genere, oppure l’ha assunta al di là del rapporto col proprio corpo. Una fatica che si consuma in una società che pare aver abbandonato l’individuo in questo compito irrimandabile e irrinunciabile. In un libro sicuramente pacato ed equilibrato in merito: “Il padre dov’era: le omosessualità nella psicanalisi.”, così argomenta l’autore G. Ricci: “Il tema dell’identità a livello sociale è divenuto negli ultimi anni sempre più ricorrente. Nel tempo della globalizzazione, della realtà virtuale, degli avatar e delle chat, della diffusione dei social network ed internet, la questione dell’identità risulta centrale. 
Da una parte è sempre più necessario e funzionale alla stabilità del corpo sociale, dall’altra rispecchia il tempo della precarietà, la logica improvvisa dei mutamenti, la velocità dei giochi sociali [e virtuali] degli scambi e delle relazioni. Sia nell’economia psichica dell’individuo sia nel suo porsi sociale, il primo grado dell’identità procede dall’appartenenza ad un genere. Rispetto al genere maschile, mai quanto oggi risulta in crisi il modello di virilità proposto dalla società. All’uomo ipermoderno – non più connotabile mediante l’icona di guerriero, condottiero, intellettuale o artista - rimane ben poco come modello ideale a cui rivolgersi. La società consumistica punta alla produzione e riproduzione del consumatore unisessuato dove le differenze tra i sessi si uniformano, si sovrappongono, si mescolano”.
Quindi tocca a noi riprendere consapevolmente una posizione forte, ma non dura, in quanto non c’è nulla da difendere, piuttosto dobbiamo essere in grado di riagganciare la generazione dell’umano laddove essa avviene: nella famiglia prima e nella società poi, quasi come una sua emanazione. Dobbiamo cioè tornare a presiedere quei luoghi che un tempo erano abitati da figure-icone facilmente riconoscibili da tutti e in cui tutti, o quasi, con facilità si riconoscevano e a partire dalle quali assumevano la loro identità di genere. Quei luoghi hanno bisogno di nuovi protagonisti politici capaci di testimoniare una coerenza di vita rispetto alle idee che li rappresentano e agli uomini che rappresentano.

lunedì 10 marzo 2014

DA DOVE I FINANZIAMENTI ALLE REALTA' GAY? di Paolo Ferrario


Pubblichiamo l'articolo di Paolo Ferrario
uscito su l'Avvenire del 22.2.14 con il titolo 
"Dall'Unar 250mila euro a realtà gay".
Vai all'articolo:
Hanno provocato l’indignazione di famiglie ed insegnanti e un terremoto ai vertici dell’Unar, l’Ufficio antidiscriminazioni razziali del Dipartimento per le Pari opportunità, il cui direttore Marco De Giorgi, si è visto recapitare una formale nota di demerito da parte del viceministro al Lavoro, con delega alle Pari opportunità, Maria Cecilia Guerra. 
Il provvedimento, ha specificato la stessa Guerra in un nota, è stato assunto perché De Giorgi non l’aveva informata dell’«ampia diffusione» nelle scuole degli opuscoli “Educare alla diversità di genere”, predisposti dall’Istituto “A.T. Beck”, dietro compenso di 24.200 euro saldato dall’Unar. Ad indignare i destinatari e provocare la dura reazione del governo, sono stati i contenuti dei tre libretti (per elementari, medie e superiori), orientati a indirizzare l’attività didattica secondo l’ideologia del gender e le tematiche Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali).
Questo materiale non è frutto di un’iniziativa estemporanea
ma soltanto uno dei molteplici effetti pratici della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, messa a punto dall’Unar su preciso mandato dell’allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, di cui Guerra era sottosegretario. La direttiva generale per la «definizione dei contenuti» della Strategia risale al 16 aprile 2013, due settimane prima della scadenza del governo Monti.Tra le indicazioni contenute, una riguarda la «governance per l’attuazione della Strategia» che, si legge nel documento, «richiederà la necessaria collaborazione non solo delle associazioni di settore, ma anche delle istituzioni centrali, a vario titolo coinvolte, e delle parti sociali».

Nel gruppo nazionale di lavoro per la definizione della Strategia, la parte del leone l’hanno però fatta le associazioni gay e Lgbt, presenti con ben 29 rappresentanti a un tavolo dove, invece, non è stato nemmeno invitato il Forum delle famiglie, che pure rappresenta oltre tre milioni di nuclei. Eppure, nella scheda assegnazione obiettivi del Dipartimento Pari opportunità, la definizione e attuazione della Strategia è inserita alla voce “Diritti sociali, politiche sociali e famiglia”.


Insomma, la famiglia è stata inclusa tra i destinatari di un provvedimento su quale non ha potuto esprimere alcun parere preventivo. Un chiaro esempio di politica a scatola chiusa. E a senso unico. Costata, a tutti, anche a chi non ha avuto la possibilità di intervenire, 300mila euro di risorse pubbliche.

venerdì 28 febbraio 2014

UTERI IN AFFITTO di Giancarlo Ricci


 Pubblichiamo l'intervista "Comprare un figlio non rende madri", 
a cura Viviana Daloiso a G. Ricci, 
uscita su l'Avvenire il 27.2.14


Secondo Giancarlo Ricci le possibilità offerte dalle biotecnologie illudono le donne su ciò che mai potrà essere cambiato: 
"Un figlio non si ottiene, si genera".

Fare di tutto per avere un figlio. Non per generarlo, non per prendersene la responsabilità in vece di qualcun altro, come avviene nel caso dell’adozione, in cui entra in gioco una maternità tutta diversa, ma pur sempre degna di questo nome. No, con le biotecnologie un figlio si crea. Il prodotto si compra e si vende. Si importa ed esporta. A piacimento.

Lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro "Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicoanalisi" (Sugarco), usa parole forti in merito alla vicenda milanese dell’utero in affitto, «che ci interroga con forza e prima di tutto sullo statuto del figlio». Perché se padre e madre sono «semplici acquirenti, o addirittura non esistono più, come vorrebbe l’ideologia di genere che mira alla sostituzione dei termini con genitore 1 e genitore 2, allora che fine fa il figlio? Che significato ha questa parola, prima che dal punto di vista giuridico, da quello simbolico e antropologico?». Scompare. «E d’altronde – spiega Ricci – nel ragionamento di una madre che per sentirsi tale, per realizzare il suo desiderio di maternità, paga quella di un’altra donna, il valore, e il valore sacro del figlio, non ha alcuna importanza. È il diritto a un figlio che la anima, che la spinge, che la accieca. Quel diritto assurdo che mai, dall’antichità ad oggi, è esistito in alcun codice. E per cui dal punto di vista sociale e mediatico quella donna viene trasformata persino in una vittima, come se questa condizione offrisse a lei più diritti che a qualcun altro».
Il punto è che la vera vittima è quel figlio comprato, «quel figlio divorato dall’incidenza delle biotecnologie e destinato ad essere divorato anche in futuro, da una madre che si qualifica come tale solo per aver coronato l’ossessione di ottenere ciò che voleva per se stessa». Tutt’altro rispetto a come si forma e si sviluppa – lentamente e con fatica fisica – la maternità nell’interiorità di una donna.
E ancora, vittima è quella madre “rimossa”, quella donna ucraina che per qualche migliaio di euro ha offerto il proprio corpo come culla per un figlio che, non importa il conto finale, le è stato portato via: «Premetto che questa pratica mi ricorda molto quella della prostituzione – continua Ricci –: in quel caso si paga per un atto sessuale, abusando della condizione drammatica di una donna spesso fragile e costretta. Qui si paga per un figlio, abusando della stessa condizione». È poi stridente il confronto tra queste due donne, «tra la madre reale e il suo fantasma. Dal punto di vista psicoanalitico – spiega Ricci – è infatti frequente l’incubo della donna in gravidanza relativo a un’altra donna pronta a portarle via il figlio, a rubarglielo. Nel caso dell’utero in affitto è come se la biotecnologia realizzasse quell’incubo e materializzasse nella realtà questo fantasma». Così si finisce per rubare (dietro pagamento, s’intende) il figlio di qualcun altro, «come se ottenerlo a quel modo potesse supplire alla mancanza ontologica della condizione di madre». 

mercoledì 19 febbraio 2014

PADRE, MADRE, FIGLIO intervista a Giancarlo Ricci

Pubblichiamo alcuni passi dell'intervista di Benedetta Frigerio 
a Giancarlo Ricci, uscita su TEMPI il 16.2.14
Per leggere l'intervista completa vai a:



Il 33 per cento dei giovani italiani, tra i 18 ai 30 anni, rispondendo alle domande del questionario dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha risposto che il loro punto di riferimento primario è la madre. La ricerca, presentata in occasione del XIII Congresso della Cei per la pastorale giovanile, mette al secondo posto i ragazzi che si affidano agli amici (26 per cento), al terzo quelli che confidano nei partner (14). Mentre solo il 9 per cento pensa che la figura di riferimento sia il padre. Per lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro Il padre dov’era, lo spaccato che emerge è «più allarmante di quanto sembri: oggi la figura del padre è venuta meno e di conseguenza anche quella della madre e del figlio. Senza padri che siano tali, i figli non imparano la strada per raggiungere il massimo a cui ogni essere umano aspira. Non a caso, siamo pieni di giovani stanchi che si accontentano di soddisfare compulsivamente voglie parziali». Con un esito terribile: «Il godimento senza limiti ci porta alla morte».

Ricci, da dove nasce questo attaccamento prevalente alla madre?
  Dall’imbroglio del femminismo: per sfuggire ai famosi padri padroni, anziché cercare il vero volto del padre, lo si è cancellato. Nella nostra epoca si assiste infatti a un indebolimento crescente della figura paterna. Non è un assenza solo fisica, ma della natura maschile svilita e quindi incapace di porre dei limiti, innanzitutto al rapporto tra il figlio e la madre altrimenti simbiotico: questa la funzione normativa necessaria nella struttura di sviluppo edipica del bambino. Per descrivere cosa intendo uso la figura sapienziale dell’Eden in cui Dio, padre buono, dice ai suoi figli: «Potete mangiare tutti i frutti tranne uno». Non perché quell’albero abbia le mele più buone ma perché se la creatura cerca di farsi creatore, se non dipende da ciò per cui è fatta, si snatura e si fa del male. Allo stesso modo senza limiti paterni che vietino la simbiosi, il rapporto madre e figlio diventa incestuso. Il bambino sarà dipendente da lei e, ricattato, sarà incapace di allontanarsi da chi lo ha cresciuto per riempire il suo vuoto. Un figlio così crescerà incapace di amare un’altra donna. Ecco l’omosessualità dilagante. Pasolini in una poesia intitolata “Supplica a mia madre” scrisse: «Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai dato./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima».

Questa assenza di limiti quali conseguenze patologiche genera? 
      Il godimento mortifero compulsivo, come la dipendenza dalla droga, dal cibo, dal sesso e dalla pornografia. Se nella vita psichica oltre al piacere non si accetta il dispiacere, la frustrazione e l’attesa si cerca di soddisfare tutto subito. Ma, siccome non è possibile appagare il desiderio umano in un istante, si finisce per accontentarsi di qualcosa che non basta. Si pensi alla pornografia. È facilissimo trovare giovani depressi e demotivati che cercano una soluzione immediata nella pornografia. Mi dicono: «Qualsiasi fantasia mi venga la inseguo: mi metto in chat e il mio desiderio si realizza subito, ma poi mi sento a terra e vorrei sprofondare in un abisso». Evitano il rapporto più faticoso, ma veramente appagante, con una donna reale. Ma i danni sono anche civili: dalla riduzione del desiderio sessuale ai soli atti sessuali dipende anche la mancanza di bellezza e creatività che si riscontrano nella nostra società. Non sappiamo più costruire cattedrali, comporre musica, dipingere opere d’arte perché non sublimiamo più la sessualità con ogni attività. 


Cosa pensa di quello che potrebbe accadere se fosse legalizzata l’adozione da parte di coppie dello steso sesso?

L’assenza del padre che guarda al figlio come maschio capace di guidare e proteggere e della madre che guarda la figlia come femmina capace di accogliere, toglie al bambino la possibilità di avere un’identità precisa e limitata. Ecco perché abbiamo gente sempre più fragile, con poco amor proprio, con una bassa stima di sé, incapace di accettare rimproveri, fatiche e quindi di ottenere risultati appaganti. I sentimenti amorevoli non bastano a crescere figli sani.


Sostituire il padre e la madre con l’espressione "genitore 1" e "genitore 2" che conseguenze comporta?

Il padre come simbolo di tradizione, autorità e discendenza è sempre stato centrale nella nostra civiltà. Noi portiamo il nome del padre a fianco del nostro. Il diritto romano, perno dell’edificio della grande civiltà europea, è tutto incentrato sulla figura paterna. Ecco perché le nuove ideologie nate dal rifiuto dal padre, come quella femminista e quella del gender che da essa discende, cercano di smantellare il diritto romano. La conseguenza è la dittatura del desiderio senza limiti e dagli effetti mortiferi che sono sotto gli occhi di tutti.

domenica 1 dicembre 2013

DIFFERENTI OMOSESSUALITA' di Giancarlo Ricci


Una notazione preziosa è quella di distinguere tra differenti omosessualità. La parola stessa è ricca di malintesi e di equivoci. Il nodo è quello dell'identità sessuale, della sua storia e della vicenda soggettiva. 

Esistono differenti omosessualità. La semplificazione attuata dai media di considerare dopo averlo creato, l’individuo omosessuale come una categoria sociale “omogenea”, ha abolito le differenze all’interno del vasto e variegato campo dell’omosessualità maschile. Nella clinica le cose vanno in modo alquanto diverso. La stessa parola omosessualità risulta oggi assai generica per rendere ragione della complessità clinica della tendenza omosessuale così come si manifesta singolarmente.    
Ci sono dunque differenti omosessualità. C’è  quella  militata, gaiamente convinta. C’è inoltre un’omosessualità compulsiva che si consuma unicamente sul versante del sesso. C’è un’omosessualità che dichiara di cercare disperatamente l’amore e l’affettività. C’è un’omosessualità che rincorre il tentativo di riparare una vicenda familiare problematica dove la vicenda edipica ha preso una piega problematica. C’è un’omosessualità effeminata che procede dall’identificazione con  una donna.
C’è un’omosessualità che viene offerta come dono alla madre o che si maternalizza cercando ragazzi da amare. C’è un’omosessualità che si consuma nella ripetizione di un gioco perverso. C’è un’omosessualità rivendicativa che odia le donne. O che odia il padre o i fratelli e pertanto cerca affannosamente  qualcuno da umiliare e da degradare. Oltre all’orientamento verso lo stesso sesso, può intervenire una messa in questione del genere di appartenenza. 

OMOSESSUALITA' AGITA O FANTASMATA di Giancarlo Ricci


Introduciamo qualche riflessione intorno a un significativo “indicatore” clinico: le forme di omosessualità si differenziano anche a seconda se essa è fantasticata o pienamente praticata e agita. In altri termini se è occasionale, se è un rimedio contingente all’impulso  sessuale, se è ricercata o semplicemente fantasticata. 

       Riscontriamo dunque, in tal senso, due polarità. Da una parte un campo immaginario abitato da fantasie, curiosità, convinzioni che provengono spesso da un’ipotetica teoria sessuale infantile. Dall’altra  un’omosessualità praticata, agita ripetutamente, in alcuni casi militata tenacemente e non in modo occasionale. 
Tra la fantasia e l’agito in un certo senso passa la stessa differenza topologica che c’è tra il registro del desiderio e del fantasma, e quello del godimento inteso come incontro con il reale (Lacan). Sono due registri adiacenti ma distinti.  Le variabili in gioco sono il corpo, il modo cui cui esso è implicato pulsionalmente in carne e ossa, e l’idea di godimento, ossia le infinite varianti immaginarie progettate per raggiungere il maggior piacere. Tra queste due polarità si coniugano per ciascun soggetto differenti fantasmatiche. 
Per esempio accade di ascoltare, nel corso dei colloqui preliminari, che ciò che il paziente chiama omosessualità non è riferibile propriamente a questo termine, o quanto meno essa risulta un aspetto marginale o supplementare di una problematica di tutt’altra natura. Possiamo trovare, inoltre, nel discorso di alcuni pazienti, una serie di enunciazioni che collocano la questione dell’omosessualità in modi diversi: dall’ambito della vita pulsionale alla relazione oggettuale, dall’ideale narcisistico a una dimensione di sfida o di trasgressione.  Ci può essere insistenza, ripetizione, costrizione, tentazione, il non poter farne a meno. Le sfumature sono infinite. 

giovedì 14 novembre 2013

DA DOVE VIENE L'OMOSESSUALITA' di Giancarlo Ricci


Tra le principali cause psicologiche che concorrono all’origine dell’omosessualità maschile, molta letteratura psicologica concorda nel ritenere decisivo il tema del padre assente. Per evitare facili banalizzazioni dobbiamo chiederci in che senso dobbiamo intendere questa assenza.


Non si tratta semplicemente di un padre che non è stato presente fisicamente nella relazione con i figli e nella vita della famiglia. Certo, la presenza concreta è importante, spesso essenziale. Ma ci può essere un’altra modalità più sottile in cui il padre risulta assente: accade quando nella parola della madre la figura del padre è stata espunta, umiliata o degradata. In altri termini, se l’istanza del padre non compare nel discorso della madre, significa che per il figlio è come se simbolicamente egli non esistesse. E qui le cose possono di complicarsi.  
Qualora una madre ritenga di poter fare a meno della terzietà rappresentata dal padre, in qualche modo rischia di rendere difficile il processo psichico che accompagna la crescita del figlio, in particolare rischia di ostacolare l’identificazione del figlio con il genere del genitore. Il riferimento a una imago maschile paterna è infatti decisivo in quanto consente al figlio di riconoscersi in quanto maschio e di identificarsi al suo statuto virile, di assumerlo. Invece una madre che situi il figlio quale oggetto d’amore esclusivo e totale, indebolisce o addirittura compromette tale processo di riconoscimento.

Sul versante del figlio, questi avverte immediatamente - talvolta in modo drammatico - di essere chiamato a colmare o completare la mancanza della madre. Se il padre consente questa operazione senza intervenire, è come se abbandonasse il figlio in balìa all’onnipotenza materna. Si attua allora dal parte del figlio verso il padre quella che alcuni psicologi (John Bowlby) chiamano “distacco difensivo”. Molti studiosi (Freud, Klein, Winnicott, Lacan) si sono soffermati sulla constatazione che nella crescita psicologica del bambino è fondamentale che egli possa attuare un’identificazione positiva con la figura maschile. Se questo processo si svolge in modo problematico, l’identità sessuale del figlio può risultare difficile, esposta a una deriva, a un disagio che si manifesterà più avanti in vari modi. Il punto cruciale di solito emerge tra la pubertà e l’adolescenza, cioè in quel momento “di verità” in cui il soggetto incomincia seriamente a fare i conti con il proprio statuto sessuale. 

domenica 20 ottobre 2013

L'IDEOLOGIA GENDER E IL FUTURO di Giancarlo Ricci


Pubblichiamo alcuni passi dal libro di 
Giancarlo Ricci L'atto la storia (Ed. San Paolo) 
che viene presentato il 7 novembre 2013 alle ore 18 
presso il CENTRO SAN FEDELE di Milano (via Hoepli 3 b).
 Alla presentazione oltre l'autore, intervengono 
ROBERTO MUSSAPI (poeta e scrittore) e 
SILVANO PETROSINO (filosofo). 


"Si sopravvive, invece che vivere, quando un progetto relativo al futuro viene meno, quando svanisce lo sguardo lontano rivolto a coloro che verranno. Senza questo sguardo svanisce la testimonianza, l’idea di patrimonio e di eredità, vacilla la funzione stessa di padre. Sparisce l’istanza del debito simbolico e pertanto ciò che abbiamo ricevuto possiamo dissiparlo, bruciarlo nel tempo di un godimento senza desiderio. 


L’atto di Ratzinger allude pienamente a questa metafora dell’arca: non garantisco più che essa, un volta in preda al diluvio - le acque già salgono turbinose - possa ancora galleggiare e navigare. Semplice: l’arca è stata sabotata ripetutamente. Nel nome di un’alleanza, dovevano entrarci “due di ogni specie”, un maschio e una femmina, affinché fosse garantita la prosecuzione delle specie, affinché potesse esistere trasmissione, verticalità delle generazioni, discendenza, filiazione, memoria. Insomma per garantire che la civiltà potesse crescere e abitare un possibile futuro. 

Non è un caso che negli ultimi mesi Benedetto XVI abbia più volte e fortemente insistito nel porre l’accento sui pericoli della “nuova filosofia della sessualità”, ossia la teoria gender, ritenuta “un attentato al quale oggi ci troviamo esposti”. Possibile che debba essere un Papa a mettere in evidenza una tra le tante implicazioni promosse dalla svolta neoliberale? In effetti il Pontefice segnala la trappola di un concetto di libertà (per esempio sessuale) che persegue il principio secondo cui quante più opportunità abbiamo a disposizione, tanto maggiore è la libertà che crediamo di poter esercitare. E di conseguenza quanto più crediamo di essere liberi tanto più immaginiamo di essere felici.

mercoledì 4 settembre 2013

SULLA VIOLENZA DI GENERE di Sarantis Thanopulos

In merito al dibattito sul femminicidio e sulla differenza tra i sessi, pubblichiamo alcuni passi dell'articolo 
NON E' VIOLENZA DI GENERE 
dello psicoanalista Sarantis Thanopulos uscito su Il Manifesto 
il 31 agosto nella rubrica "Verità nascoste".
L'intero articolo può leggersi andando su:



Spesso definizioni poco appropriate di un fenomeno hanno la meglio su definizioni più rigorose perché appagano la pigrizia con cui ci si difende dalla complessità della vita. A volte il danno è minimo, altre volte, invece, nascono fraintendimenti pericolosi. Questo è il caso della «violenza di genere», un modo di definire la violenza contro le donne che aggiunge allo schematismo delle formule ad effetto un sostegno involontario al meccanismo che produce l'aggressione.
Parlare di violenza di genere significa commettere due errori: concepire la donna e l'uomo in modo indipendente dalla loro complementarità e attribuire all'uomo una violenza nei confronti della donna connaturata al suo modo di essere (e risalente al suo patrimonio genetico). In entrambi i casi la vittima predestinata è la sessualità: si pretende di considerare la relazione sociale tra i due sessi a prescindere dal legame di desiderio (come se si pretendesse che gli edifici restassero in piedi indipendentemente dalla forza di gravità). La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l'uomo che la donna perché l'uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante.
Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l'uomo sopraffattore è già morto dentro. In realtà l'oggetto dell'aggressione non è la donna in sé, intesa come «genere», ma la qualità femminile del desiderio, la possibilità stessa del coinvolgimento profondo e del godimento vero in entrambi i sessi. Il coinvolgimento fa paura perché comporta l'esposizione al desiderio dell'altro ma anche perché è intimamente connesso - sul versante maschile del desiderio - con la passione di appropriazione che rischia, se non è adeguatamente modulata, di distruggere ciò che ha tra le mani […]. Ignorare la complementarità dei sessi (che sottende parimenti l'erotismo eterosessuale e quello omosessuale) ricorrendo alla definizione separata di «generi» (ritorno alla compulsione tassonomica) significa creare due entità astratte e artificiali per cercare poi disperatamente di accordarle tra di loro senza venirne mai a capo. 

domenica 25 agosto 2013

REGOLARE LE CONVINZIONI MORALI E' UN VIZIO

Di Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, 
riportiamo alcuni passi del suo articolo 
"Regolare le convinzioni morali è un vizio" (Corriere, 10.8.13). 
L'articolo si può leggere interamente a:

Precedentemente era intervenuto, con lucidità e passione civile, definendo inutile la legge contro l'omofobia (Corriere, 3.8.13)


Stabilire per legge ciò che è «politicamente corretto» e ciò che non lo è, significa teorizzare e codificare il reato di opinione. È quello che ho cercato di spiegare nell'articolo in cui ho definito inutile la legge contro l'omofobia [Corriere, 3.8.13]. Pare, però, abbia sollevato la critica dei soliti «laici, democratici, antifascisti» in servizio permanente ed effettivo; che sono, poi, col fascismo storico - detto ironicamente, ma perspicuamente - l'altra forma di fascismo instauratasi dopo la caduta del primo e a seguito di una malintesa idea di democrazia [...]. 


 Ho scritto che, per me, picchiare qualcuno è un reato. Punto e basta. Per i promotori del progetto di legge contro l'omofobia, picchiare un omosessuale è, invece, un'aggravante perché rivela un'«intenzione omofobica». Mi rendo conto che sarebbe pretendere troppo che certi nostri parlamentari conoscano la crociana «distinzione» fra Etica e Politica e fra Etica e Diritto. Ma se, almeno, capissero che l'«intenzione omofobica» è un'opzione morale, che riguarda la soggettività delle coscienze, e picchiare qualcuno è un reato che riguarda, oggettivamente, il Diritto e che, confondendo l'una con l'altro, ci sia avvia su una china pericolosa, non mi parrebbe chiedere troppo da parte loro. Così, insisto.

L'«avversione per l'omosessualità» - ciò che chiamiamo omofobia - è un'opinione eticamente sbagliata e moralmente censurabile, ma non è un reato. Giuridicizzarla significa confondere Etica e Diritto e creare le condizioni del reato d'opinione. Una volta approvata la proposta di legge contro l'omofobia, salterebbe fuori, prima o poi, qualche Procuratore della repubblica troppo zelante che si sentirebbe in dovere di «raddrizzare il legno storto dell'umanità» incriminando per omofobia chi dicesse che non si farebbe mai vedere in giro con un omosessuale.


Una opinione stupida, ma pur sempre, e solo, un'opinione. Se, inoltre, ciò comportasse anche il rischio di incriminazione dei credenti di religioni per i quali l'omosessualità è «un vizio», è una pratica «contro natura», saremmo nello Stato teocratico che assimila il peccato al reato. Sparirebbe la separazione fra Chiesa e Stato.
L'eccessiva regolamentazione dei comportamenti sociali, per non dire delle convinzioni morali, non è una virtù della democrazia, bensì è il vizio di ogni totalitarismo e di ogni autoritarismo. 

sabato 24 agosto 2013

OMOSESSUALITA': E' UN DATO NATURALE?


Pubblichiamo alcuni passi della recensione 
a cura di Armando Ermini sul libro di Giancarlo Ricci IL PADRE DOV’ERA. 
Le omosessualità nella psicanalisi (Sugarco). 
La recensione, uscita nel maggio 2013, è leggibile sul blog:
 http://maschiselvaticiblog.wordpress.com/2013/05/31/il-padre-dovera-2/



I concetti cardine intorno ai quali si sviluppa questo lavoro di Giancarlo Ricci, psicanalista di scuola lacaniania, possono essere così sinteticamente definiti: 
  • L’omosessualità non è una malattia organica da guarire in senso “sanitario, medicalistico, oggettivabile”.  La guarigione, perciò, consiste in un percorso durante il quale il paziente che manifesta un disagio, è chiamato a scoprire il significato e il senso del sintomo. È quindi un concetto aperto, che potrà significare tanto la permanenza nella propria situazione quanto l’uscita da essa. 
  • Compito dell’analista è accompagnare il paziente in questo percorso di cura di sé, senza forzarlo o indirizzarlo secondo le proprie convinzioni. Il contrario, dunque, di un approccio ideologico che voglia per forza far uscire il soggetto dalla condizione omosessuale o che, all’opposto, si ponga l’obbiettivo di fargliela accettare come un dato naturale. Quest’ultimo è ormai l’approccio prevalente in Occidente, per il quale non esistono differenze fra omosessualità ed eterosessualità, e dunque il disagio sarebbe solo frutto di condizionamenti culturali (...).
  • Non esiste l’omosessualità come categoria onnicomprensiva, ma molti tipi di omosessualità, in un certo senso tante quante le persone omosessuali, le cui vicende personali sono irriducibili l’una all’altra. 
  • Rimane tuttavia il fatto innegabile che  “ciascun soggetto nasce dallo statuto imprescindibile di figlio che implica l’esistenza di una madre e di un padre”. È quindi nello scenario familiare, nell’assenza fisica o psichica di uno o entrambi i genitori, o nella loro iperpresenza che schiaccia, che si svolge il processo di sessuazione o acquisizione dell’identità sessuale (...). 
  • È un fatto constatabile anche empiricamente che la diffusione dell’omosessualità  e della confusione fra i generi in Occidente è parallela al declino del codice paterno.  L’ideologia del Gender  “fa fuori il  padre, lo espunge”, spesso con la complicità degli stessi padri che, fuggendo da se stessi, rinunciano a rompere il legame simbiotico madre/figlio  con ciò confermando la propria irrilevanza. 
  • Il fenomeno, naturalmente, non è senza effetti anche sul piano sociale. Il padre è colui che pone un limite al godimento e norma le sue declinazioni, e quindi la sua “evaporazione”  è direttamente funzionale alla moderna società dei consumi che proprio sulla pretesa di un godimento illimitato si fonda. Esiste però un equivoco da chiarire. Contrariamente alla vulgata ormai prevalente, alimentata dai movimenti femministi (e da coloro che ad essi non hanno il coraggio di opporsi), il limite paterno non è semplicemente interdizione e controllo del desiderio e del godimento. (...).  Fin qui Ricci. 

domenica 7 luglio 2013

SESSO E DISCRIMINAZIONE


Pubblichiamo alcuni passi dell'articolo IL SESSO DEI GIACOBINI di Roberto de Mattei, uscito su IL FOGLIO il 3 luglio 2013. 
Il testo completo è leggibile  presso:  
La Rivoluzione culturale del Sessantotto aveva proclamato la fine della famiglia, definendo il matrimonio un “peccato sociale”, per il suo esclusivi- smo. Oggi le comunità Lgtb (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) lo rivendicano non come punto di arrivo, ma come tappa di un itinerario che ha ben altra mèta. 
La richiesta di legalizzazione del cosiddetto “matrimonio gay” è in realtà una rivendicazione sociopolitica che mira esclusivamente a togliere alla famiglia la protezione sociale che essa ha fino a oggi avuto in occidente in ragione della sua insostituibile funzione sociale. Sotto questo aspetto, il cardine dell’ideologia omosessualista non sta in ciò che afferma, ma in ciò che nega, non in ciò che dice di volere, ma in ciò che realmente aborre: in una parola non nella rivendicazione del matrimonio e dell’adozione di bambini, ma nella volontà di espropriare la famiglia dai diritti e dai privilegi che in molti paesi, come l’Italia, ancora vengono accordati a questa istituzione dalle leggi e dalla Costituzione. La rivendicazione del “matrimonio omosessuale” è proprio per questo inscindibile dall’introduzione del reato di omofobia. (...) L’“orgoglio omosessuale” si propone di capovolgere questa prospettiva e trattare come “anormali”, “devianti”, “indegni”, gli omofobi, ovvero tutti coloro che criticano l’omosessualismo per affermare il primato della famiglia naturale.  
 Ma i diritti fondamentali, a cominciare dalla libertà di espressione, oggi sono garantiti a tutti dalla legge, compresi   gli omosessuali. Se la legge sull’omofobia, su cui esiste “larga intesa” nel nostro Parlamento, andasse in porto, il diritto della libertà di espressione sarebbe negato solo ai difensori dell’ordine tradizionale. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla cattedra non potrebbero presentare la famiglia naturale e cristiana come “superiore” alle unioni omosessuali, senza che questo costituisse una “discriminazione” degna di sanzione penale.


venerdì 7 giugno 2013

IL SOGGETTO DELL'INCONSCIO E LA TEORIA DEL GENERE di Christian Dubuis-Santini


Pubblichiamo la traduzione di alcuni passi dell'articolo
"1984" di Orwell è oggi
dello psicanalista francese Christian Dubuis-Santini in cui accenna alla radicale differenza tra la concezione del soggetto secondo  Jacques Lacan e secondo l'ideologia di genere.
Per l'articolo completo vai a:

I sostenitori della Teoria del Genere non vogliono saperne nulla del soggetto della psicanalisi, soggetto che è definitivamente irriducibile alle storie che egli può raccontare a se stesso o sul mondo, ossia è un soggetto “vuoto” e in quanto tale costituisce l’angosciante promessa della nostra possibile libertà [...].
L’uomo, l’individuo, la persona, il soggetto sono parole che definiscono un certo orizzonte di senso o di non senso. Nella tradizione filosofica prima di Jacques Lacan, ciò che era chiamato soggetto - l’ermeneutica del soggetto di Michel Foucault per esempio - non era pensato in quanto sessualizzato, ovvero la sessuazione era considerata come qualcosa che accade a livello empirico, contingente. Prima di Jacques Lacan il soggetto veniva ipotizzato a prescindere dalla sessuazione.
   Nella teoria psicanalitica è esattamente l’inverso: la sessuazione viene posta come condizione formale a priori della costituzione di un soggetto; ragione per cui (tra l’altro) il soggetto dell’inconscio, il soggetto nella psicanalisi, risulta un soggetto diviso, scisso, barrato, inconsistente. La differenza sessuale tematizzata da Jacques Lacan, con la sua ineluttabile sessuazione implicata nei “parlesseri”, non può dunque mai coincidere con la problematica decostruzionista della “costituzione sociale del genere” così come viene ipotizzata dalla Teoria del Genere; in effetti un abisso separa i due approcci, quello psicanalitico e quello del genere.

 Quando Jacques Lacan afferma che la differenza sessuale si svolge nel registro del “reale”, non dice che se voi non occupate il posto che vi viene attribuito dall’ordine eterosessuale, in quanto uomo o in quanto donna, siete esclusi dall’ambito simbolico. Egli dice semplicemente che non c’è norma sessuale. Del resto affermare che la differenza sessuale appartiene all’ordine del “reale” significa affermare che essa ha lo statuto dell’impossibile: impossibile a dire, a formularsi, a esprimere in elementi della catena significante, impossibile da articolarsi mediante parole.

domenica 2 giugno 2013

OMOSESSUALI SI NASCE ? di Giancarlo Ricci


Si nasce omosessuali? Questa facile battuta (senza il punto di domanda) fa appello alla semplificazione demagogica. Professa l’innatismo: si nasce così e basta. E’ la natura a decidere. Dunque non c’è nulla da fare, se non, come spesso raccontano alcuni pazienti, di “accettarsi così”. Ma molto, quasi tutto, dipende da come si intende la parola nascita: venire al mondo, cominciare ad esistere, provenire, derivare, sorgere.

Agli antipodi di un’accezione biologistica, il verbo nascere, su cui qui ci soffermiamo,  contiene in sé il concetto di trasformazione, di movimento, di passaggio. Dall’atto alla potenza per dirla con Aristotele. Nascere indica e implica un incominciamento. Eppure oggi, molto spesso, quando qualcuno afferma che “si nasce omosessuali”, fa riferimento direttamente a un’accezione biologica e genetica.  Il rischio è di credere in un assolutismo che fa piazza pulita di ogni parvenza di soggettività facendola sparire, annullandola.
Che cosa implica questa visione biologistica e come viene utilizzata? Quasi sempre, nel discorso ideologico, la certezza biologica e genetica,  diventa il garante assoluto e indiscutibile che giustifica l’omosessualità. In definitiva sposta l’omosessualità in un territorio apparentemente neutro e inaccessibile che è la natura, la natura nell’accezione biologica, genetica, cromosonica. E’ il regno incontrastato dell’assoluto.   

Il riferimento ultimo al dato biologico rischia sempre più di essere utilizzato oggi in modo strumentale, in diversi ambiti e non solo nel caso  dell’omosessualità. Il nostro modo di procedere, che non nega un’eventuale predisposizione all’omosessualità, propone un’altra accezione di nascita che è agli antipodi della visione biologica. 
Ci inoltriamo velocemente in un'articolazione differente che tiene conto dell’istanza dell'inconscio e dei processi identificativi in gioco nel soggetto. Quando la psicanalisi esplora ciò che risulta implicato nella nascita di un individuo, tiene conto di diversi elementi. Per esempio studi recenti si soffermano sullo scenario inconscio della coppia, in particolare su quello della futura madre,  ovvero le sue fantasmatiche, il funzionamento del suo desiderio inconscio di diventare madre, il rapporto con la propria madre. 

giovedì 30 maggio 2013

LEGGE SUI MATRIMONI GAY: I FATTI SMENTISCONO


Dal quotidiano IL FOGLIO (del 30.5.13) l’articolo di Roberto Volpi informa in merito a una tendenza significativa: “Fatta la legge, i gay in Europa non si sposano più. Lo dicono i numeri”. Ne riportiamo alcuni passi. 
Per leggere l’articolo completo: http://www.ilfoglio.it/soloqui/18421

“[…] Il matrimonio omosessuale, quantitativamente parlando, sta disattendendo le attese. Non ha sfondato in Olanda. In Spagna, dopo la punta di oltre 4 mila nel 2006, primo anno dopo l’approvazione nel 2005, la cifra dei matrimoni omosessuali si è assestata sopra i 3 mila senza più superare i 3.500 all’anno: cifre nettamente inferiori anche rispetto alla più contenuta delle previsioni. Stesso andamento in Inghilterra: boom nel primo anno (anche lì il 2006) dopo quello dell’approvazione, poi un calo progressivo e un assestamento che ha portato i “same-sex marriage” a pesare per poco più del due per cento sul totale dei matrimoni. 
      Mancanza di entusiasmo, dunque. “Lack of nuptial enthusiasm among gay couples”, come la definisce Vera Bergkamp, che cerca di darsene una spiegazione. Anzi, tre. Minore pressione sugli omosessuali esercitata da famiglia e amici; meno coppie gay che si sposano per avere bambini delle corrispondenti coppie eterosessuali; più individualismo e meno orientamento alla famiglia tra molti omosessuali […]. Detto in termini spicci: si profila, all’interno dell’“inverno” del matrimonio, il fallimento di quello omosessuale.
    Se proprio quel fallimento non è già nelle cose. A dirlo sono come sempre i numeri. Tornando  all’Olanda: dopo dieci anni in flessione, dal riconoscimento dei matrimoni omosessuali appena una coppia omosessuale su cinque (che dunque già convive) risulta sposata. I trionfi del matrimonio omosessuale, dunque, appaiono soprattutto mediatici e preventivi. Caso significativamente assai diverso da quanto avvenuto per altre “conquiste civili”. […] Un tale, comune andamento svela quel tanto di artificiosità, di invenzione tutta politica che c’è nel matrimonio omosessuale. Quell’eccesso legislativo, nel senso dei diritti, che va tanto di moda perseguire ma che più che corrispondere a dati di realtà solletica e tende a ingraziarsi segmenti di società particolarmente attivi che, della realtà, si ergono a interpreti e rappresentanti, non sempre essendolo veramente.
   Mentre invece il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei loro diritti è qualcosa che ha un senso pieno e avvertito come tale, il matrimonio no: sono i comportamenti concreti a svelare questa verità. I loro stessi atteggiamenti concreti. Quando non addirittura gli stessi, concreti giudizi delle organizzazioni direttamente coinvolte. Le loro stesse, oneste, ammissioni.