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martedì 15 luglio 2014

"CHIEDIMI SE VOGLIO VIVERE" O IL SUICIDIO DEGLI ADOLESCENTI. Di Emanuela Vinai


Pubblichiamo l'articolo di EMANUELA VINAI intorno al suicidio degli adolescenti. L'articolo fa parte dell'inserto dell'Avvenire 
NOI GENITORI E FIGLI, uscito il 5 luglio 2014.  

L’adolescenza, si sa, è un periodo difficile, “l’età ingrata” si diceva una volta e nel mondo di oggi troppo spesso è un momento segnato da solitudine, frustrazione, delusione. Ora l’allarme lo ha lanciato nientemeno che l’Organizzazione mondiale della sanità. Nel recente rapporto Health for the world’s adolescents, evidenzia come nei giovani di tutto il mondo, di età compresa tra i 10 e i 19 anni, il suicidio sia la terza causa di morte dopo incidenti stradali e Aids e la causa dominante di malattia e disabilità sia proprio la depressione. Solo nel 2012 sono stati circa 1,3 milioni di adolescenti a perdere la vita per queste ragioni. 
Questo dato angosciante che certifica la vulnerabilità dei giovani, non solo testimonia le difficoltà incontrate dal ragazzo/a durante il suo percorso di identificazione e di emancipazione, ma esprime anche un disagio dell’intera società. Gli adolescenti vivono in un mondo incapace di comunicare valori e significati esistenziali e di fornire gli strumenti necessari per il costituirsi di un senso d’identità solido e forte. Allo stesso tempo, il troppo interesse ed enfatizzazione mediatica può portare a fenomeni di emulazione.

Prestare troppa attenzione mediatica a casi di suicidio può risultare un boomerang e stimolare pericolosi comportamenti emulativi fra gli adolescenti. A dirlo è una ricerca dello State Psychiatric Institute di New York pubblicata sulla nuova rivista psichiatrica The Lancet Psychiatry. Lo chiarisce la dott.ssa Madelyn Gould, fra gli autori dell’analisi: “i nostri dati indicano che la copertura giornalistica e la quantità di dettagli pubblicati potrebbero influenzare il numero di suicidi portati a termine dagli adolescenti per imitare il primo”.
“L’adolescenza è un’età complessa in cui entrano in gioco diversi aspetti nodali della personalità perché è il momento in cui si struttura l’identità dell’individuo”, spiega Giancarlo Ricci, psicanalista e saggista. “Gli adolescenti attraversano una regione particolare, dove c’è molta solitudine, noia e dove le scelte importanti rimangono sospese e da elaborare. E’ una fase in cui prorompe il desiderio di vivere, ma c’è un’interrogazione radicale sul senso del vivere e rispetto agli enigmi che avvolgono l’uomo, come la morte”.
Dove si ‘perdono’ gli adolescenti? “Parlare di adolescenza e suicidio chiama in causa un certo modo di avvertire il disagio giovanile e certamente la nostra società non favorisce il tema del passaggio perché c’è una grande fragilità relativa alla dipendenza dagli altri, dalle aspettative dei genitori, dalla ricerca di sé. Nel mondo odierno il rischio è che tutto sia già pensato, pensabile e programmato, e dove il divertimento è un obbligo, i ragazzi cercano in tutti i modi di superare altri limiti anche con l’autodistruzione. Faticare a trovare un senso alla vita rende la morte affascinante”.
Qual è la responsabilità della società in questo?
“La società del benessere preferisce otturare o prevenire ogni desiderio, perché non sopporta che un giovane possa trovare una via autonoma per affermare le proprie aspirazioni. Dov’è la fatica, la gioia della conquista, se già viene dato tutto? Il suicidio degli adolescenti sembra una metafora di una società bulimica che non è in grado di trasmettere legami forti e autentici e fa collassare il desiderio”. 
Nel suo ultimo libro “Il padre dov’era”, lei analizza la sistematica delegittimazione della figura paterna e i danni che ne derivano.  “La progressiva desautorazione di ogni forma di autorità e l’esaltazione della libertà personale incondizionata determinano un’indifferenza di fondo in cui gli adolescenti non trovano punti di riferimento. Anzi, sono continuamente bombardati da messaggi che esaltano l’onnipotenza dell’uomo che può decidere cosa fare e come farlo e allora perché non poter decidere anche quando morire? Se tutto è possibile allora anche la morte è possibile e allora perché non sfidarla? La libertà senza responsabilità porta a conseguenze durissime”.
L’educazione da parte dei genitori non serve solo a fornire le regole di convivenza sociale, ma anche a supportare i figli con metodi di gestione emotiva e la capacità di saper affrontare le delusioni e i dolori. “Si fa sempre più fa fatica a rimproverare, per un malinteso tentativo di evitare ai giovani un senso di frustrazione, ma l’ascolto è e resta un punto fondamentale, nella famiglia e nella scuola. Un ascolto che pone dei punti fermi e, allo stesso tempo, non deve essere finalizzato a qualcosa di pedagogico quanto piuttosto a intercettare un disagio, una difficoltà nella costruzione dell’identità. Ascolto significa restituire ai giovani il loro modo di porsi rispetto a libertà e responsabilità”. 

lunedì 5 maggio 2014

IL GODIMENTO SMARRITO DELL'OMOSESSUALITA'. Intervento di Chiara Oggionni

Pubblichiamo alcuni passi dell'articolo di Chiara Oggionni (psicoanalista, psichiatra) sul libro Il padre dov'era di G. Ricci. L'articolo è uscito sulla rivista LETTERA dedicata al tema 
CURA E SOGGETTIVAZIONE (Mimesis, Milano 2014) 


(…) Ricci chiama “godimento smarrito” la bandiera della libertà omosessuale. Una libertà ostentata ed imposta al mondo e distingue lucidamente due forme di espressione omosessuale dove l’una interroga il soggetto e l’identità e l’altra è un’adesione di militanza gay, una forza politica che si appoggia ad un gioco sottile di poteri. Sul problema identitario di genere si collocherebbe la “scelta” omosessuale. Il vantaggio di questa posizione risiederebbe nella potenza gruppale e partitocratica degli omosessuali e di chi regola il potere dell’ideologia. La lettura che ne esce è sconfortante, poiché ci riporta alla questione della conduzione occulta e dell’uso demagogico dei problemi psichici da parte dei mass media e alla prevedibilità del risultato finale dove la diagnosi sarà il nome proprio del soggetto, una marca di appartenenza e una forma di controllo sociale delle masse. L’omosessualità diventa allora un movimento di adesione che può portare visibilità e vantaggio nel sociale e nelle aree intellettuali e politiche, saltando al volo l’autoanalisi sull’identità sessuale, sul tema della sessualità, dei rapporti e delle relazioni nella vita. Come effetto collaterale dell’impostazione rigida del movimento ideologico omosessuale si rinforza in questi anni il concetto di omofobia come posizione critica e discriminatoria verso qualunque forma di omosessualità. L’omofobia diventa un’altra parola strumentale ed individua colui che giudica l’omosessualità una malattia.


(…) Nella sessione del libro che si intitola la “nuda sessualità” l’autore svolge il tema del confronto con l’alterità. L’omosessualità legata al piacere pregenitale porta ad escludere naturalmente la filiazione e la trasmissione. Lo scacco simbolico di questa posizione appare evidente all’autore; da questo assunto che più volte viene ripreso nel libro e ne costituisce come ho già osservato il punto di originalità e di forza, si colloca il grande interrogativo sul tema del controllo delle masse al fine della disgregazione del nome del padre, del caos e della sovversione della potenza del legame familiare. 
(…) La seconda parte del libro è dedicato alla clinica delle omosessualità. L’autore ripercorre i capisaldi della teoria della psicoanalisi freudiana e lacaniana e altri autori contemporanei. Come per altri sintomi anche per il sintomo omosessuale la qualità del fenomeno dipende dalla struttura che lo sottende; nevrosi, psicosi o perversione. Nell’omosessualità il sintomo si produce durante il processo di sessuazione che è volto alla costruzione dell’identità di genere. Nella nevrosi il soggetto opera un interrogativo per comprendere il sintomo. Nelle psicosi o nelle patologie borderline il sintomo funziona da supplenza dove la direzione della cura dovrebbe favorire una stabilizzazione sintomatica. Nella perversione, denominata “parafilia” si situa il problema della fissazione alla sessualità infantile e al godimento dell’identico; in questa formulazione per il soggetto, l’altro è puro oggetto di godimento e non vi sono i sentimenti di vergogna o di colpa. 
(…) La teoria dell’autore, che dà il titolo al libro si appoggia su due importanti considerazioni teoriche. Il declino simbolico del padre, la confusione dei generi e il prevalere nel sociale del codice materno. Ricci considera come staccando l’istanza del piacere della funzione riproduttiva, il sesso rimanga solo un organo del godimento. Una delle conseguenze è l’indebolimento della differenza tra i sessi e la prevalenza di soddisfacimenti autoerotici o solitari come internet, la pornografia, i giochi di ruolo. E la caduta del desiderio sessuale. Il padre dov’era è una forma di risposta al trauma della forclusione del nome del padre, all’impossibilità di accedere alla funzione simbolica del padre, nella solitudine senza parole del rapporto con una madre dal desiderio esclusivo che sa possedere in modo totalitario. Dalla Ballata delle madri di Pasolini, l’autore riporta uno stralcio emblematico: 

“Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d’amore, 
se non d’un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto, 
impotenti ai reali richiami del cuore”.

Quello che resta dalla lettura del libro di Giancarlo Ricci è molto più profondo rispetto al tema che viene trattato negli aspetti storici, sociali e teorici. Si denota nell’autore una passione per la clinica e la capacità di cogliere l’immensa solitudine del paziente. Ma quale solitudine? (...)

sabato 22 marzo 2014

MASCHIO E FEMMINA, PADRE E MADRE di Andrea Brancolini

In seguito alcuni passi dell'articolo di Andrea Brancolini "Maschio e femmina, padre e madre, genitore 1 e genitore 2: una sfida culturale" uscito sulla rivista L'UNIONE, bimestrale cattolico (Villasanta, Monza) nel febbraio 2014  
"Fino a non molti anni fa si poteva leggere nei manuali di psicologia e psichiatria riguardo all’omosessualità, che essa era da considerarsi una patologia d’identità. Oggi questa dizione è stata espunta dai manuali, ma che cosa dicono gli psicologi a riguardo? Si è effettivamente prodotto a livello scientifico, come i ben pensanti usano dire per avvalorare le loro opinioni, un risultato tale da provare in- controvertibilmente che essa, l’omosessualità, ed ogni altra forma d’identità sessuale che non sia conforme al corpo dato, sia di fatto non patologica?
Chi ha modo di leggere, sondando la sterminata bibliografia a riguardo, alcuni testi di psicologi provati, s’imbatte in una letteratura fatta di prudenza e tutela per l’individuo e, insieme, di casi clinici.
Una letteratura, cioè, che non affronta il problema a partire da una pretesa “nuova sensibilità epocale”, presuntivamente affermata come più emancipata e rispettosa della precedente, bensì che offre una miriade di racconti, di fatti carichi di sofferenza e fatica, di contraddizioni e rimorsi emersi proprio dal lettino dello psicanalista, nel dialogo con lui, nell’ascolto clinico di chi vive la fatica d’assumere la propria identità di genere, oppure l’ha assunta al di là del rapporto col proprio corpo. Una fatica che si consuma in una società che pare aver abbandonato l’individuo in questo compito irrimandabile e irrinunciabile. In un libro sicuramente pacato ed equilibrato in merito: “Il padre dov’era: le omosessualità nella psicanalisi.”, così argomenta l’autore G. Ricci: “Il tema dell’identità a livello sociale è divenuto negli ultimi anni sempre più ricorrente. Nel tempo della globalizzazione, della realtà virtuale, degli avatar e delle chat, della diffusione dei social network ed internet, la questione dell’identità risulta centrale. 
Da una parte è sempre più necessario e funzionale alla stabilità del corpo sociale, dall’altra rispecchia il tempo della precarietà, la logica improvvisa dei mutamenti, la velocità dei giochi sociali [e virtuali] degli scambi e delle relazioni. Sia nell’economia psichica dell’individuo sia nel suo porsi sociale, il primo grado dell’identità procede dall’appartenenza ad un genere. Rispetto al genere maschile, mai quanto oggi risulta in crisi il modello di virilità proposto dalla società. All’uomo ipermoderno – non più connotabile mediante l’icona di guerriero, condottiero, intellettuale o artista - rimane ben poco come modello ideale a cui rivolgersi. La società consumistica punta alla produzione e riproduzione del consumatore unisessuato dove le differenze tra i sessi si uniformano, si sovrappongono, si mescolano”.
Quindi tocca a noi riprendere consapevolmente una posizione forte, ma non dura, in quanto non c’è nulla da difendere, piuttosto dobbiamo essere in grado di riagganciare la generazione dell’umano laddove essa avviene: nella famiglia prima e nella società poi, quasi come una sua emanazione. Dobbiamo cioè tornare a presiedere quei luoghi che un tempo erano abitati da figure-icone facilmente riconoscibili da tutti e in cui tutti, o quasi, con facilità si riconoscevano e a partire dalle quali assumevano la loro identità di genere. Quei luoghi hanno bisogno di nuovi protagonisti politici capaci di testimoniare una coerenza di vita rispetto alle idee che li rappresentano e agli uomini che rappresentano.

venerdì 28 febbraio 2014

UTERI IN AFFITTO di Giancarlo Ricci


 Pubblichiamo l'intervista "Comprare un figlio non rende madri", 
a cura Viviana Daloiso a G. Ricci, 
uscita su l'Avvenire il 27.2.14


Secondo Giancarlo Ricci le possibilità offerte dalle biotecnologie illudono le donne su ciò che mai potrà essere cambiato: 
"Un figlio non si ottiene, si genera".

Fare di tutto per avere un figlio. Non per generarlo, non per prendersene la responsabilità in vece di qualcun altro, come avviene nel caso dell’adozione, in cui entra in gioco una maternità tutta diversa, ma pur sempre degna di questo nome. No, con le biotecnologie un figlio si crea. Il prodotto si compra e si vende. Si importa ed esporta. A piacimento.

Lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro "Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicoanalisi" (Sugarco), usa parole forti in merito alla vicenda milanese dell’utero in affitto, «che ci interroga con forza e prima di tutto sullo statuto del figlio». Perché se padre e madre sono «semplici acquirenti, o addirittura non esistono più, come vorrebbe l’ideologia di genere che mira alla sostituzione dei termini con genitore 1 e genitore 2, allora che fine fa il figlio? Che significato ha questa parola, prima che dal punto di vista giuridico, da quello simbolico e antropologico?». Scompare. «E d’altronde – spiega Ricci – nel ragionamento di una madre che per sentirsi tale, per realizzare il suo desiderio di maternità, paga quella di un’altra donna, il valore, e il valore sacro del figlio, non ha alcuna importanza. È il diritto a un figlio che la anima, che la spinge, che la accieca. Quel diritto assurdo che mai, dall’antichità ad oggi, è esistito in alcun codice. E per cui dal punto di vista sociale e mediatico quella donna viene trasformata persino in una vittima, come se questa condizione offrisse a lei più diritti che a qualcun altro».
Il punto è che la vera vittima è quel figlio comprato, «quel figlio divorato dall’incidenza delle biotecnologie e destinato ad essere divorato anche in futuro, da una madre che si qualifica come tale solo per aver coronato l’ossessione di ottenere ciò che voleva per se stessa». Tutt’altro rispetto a come si forma e si sviluppa – lentamente e con fatica fisica – la maternità nell’interiorità di una donna.
E ancora, vittima è quella madre “rimossa”, quella donna ucraina che per qualche migliaio di euro ha offerto il proprio corpo come culla per un figlio che, non importa il conto finale, le è stato portato via: «Premetto che questa pratica mi ricorda molto quella della prostituzione – continua Ricci –: in quel caso si paga per un atto sessuale, abusando della condizione drammatica di una donna spesso fragile e costretta. Qui si paga per un figlio, abusando della stessa condizione». È poi stridente il confronto tra queste due donne, «tra la madre reale e il suo fantasma. Dal punto di vista psicoanalitico – spiega Ricci – è infatti frequente l’incubo della donna in gravidanza relativo a un’altra donna pronta a portarle via il figlio, a rubarglielo. Nel caso dell’utero in affitto è come se la biotecnologia realizzasse quell’incubo e materializzasse nella realtà questo fantasma». Così si finisce per rubare (dietro pagamento, s’intende) il figlio di qualcun altro, «come se ottenerlo a quel modo potesse supplire alla mancanza ontologica della condizione di madre». 

mercoledì 19 febbraio 2014

PADRE, MADRE, FIGLIO intervista a Giancarlo Ricci

Pubblichiamo alcuni passi dell'intervista di Benedetta Frigerio 
a Giancarlo Ricci, uscita su TEMPI il 16.2.14
Per leggere l'intervista completa vai a:



Il 33 per cento dei giovani italiani, tra i 18 ai 30 anni, rispondendo alle domande del questionario dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha risposto che il loro punto di riferimento primario è la madre. La ricerca, presentata in occasione del XIII Congresso della Cei per la pastorale giovanile, mette al secondo posto i ragazzi che si affidano agli amici (26 per cento), al terzo quelli che confidano nei partner (14). Mentre solo il 9 per cento pensa che la figura di riferimento sia il padre. Per lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro Il padre dov’era, lo spaccato che emerge è «più allarmante di quanto sembri: oggi la figura del padre è venuta meno e di conseguenza anche quella della madre e del figlio. Senza padri che siano tali, i figli non imparano la strada per raggiungere il massimo a cui ogni essere umano aspira. Non a caso, siamo pieni di giovani stanchi che si accontentano di soddisfare compulsivamente voglie parziali». Con un esito terribile: «Il godimento senza limiti ci porta alla morte».

Ricci, da dove nasce questo attaccamento prevalente alla madre?
  Dall’imbroglio del femminismo: per sfuggire ai famosi padri padroni, anziché cercare il vero volto del padre, lo si è cancellato. Nella nostra epoca si assiste infatti a un indebolimento crescente della figura paterna. Non è un assenza solo fisica, ma della natura maschile svilita e quindi incapace di porre dei limiti, innanzitutto al rapporto tra il figlio e la madre altrimenti simbiotico: questa la funzione normativa necessaria nella struttura di sviluppo edipica del bambino. Per descrivere cosa intendo uso la figura sapienziale dell’Eden in cui Dio, padre buono, dice ai suoi figli: «Potete mangiare tutti i frutti tranne uno». Non perché quell’albero abbia le mele più buone ma perché se la creatura cerca di farsi creatore, se non dipende da ciò per cui è fatta, si snatura e si fa del male. Allo stesso modo senza limiti paterni che vietino la simbiosi, il rapporto madre e figlio diventa incestuso. Il bambino sarà dipendente da lei e, ricattato, sarà incapace di allontanarsi da chi lo ha cresciuto per riempire il suo vuoto. Un figlio così crescerà incapace di amare un’altra donna. Ecco l’omosessualità dilagante. Pasolini in una poesia intitolata “Supplica a mia madre” scrisse: «Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai dato./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima».

Questa assenza di limiti quali conseguenze patologiche genera? 
      Il godimento mortifero compulsivo, come la dipendenza dalla droga, dal cibo, dal sesso e dalla pornografia. Se nella vita psichica oltre al piacere non si accetta il dispiacere, la frustrazione e l’attesa si cerca di soddisfare tutto subito. Ma, siccome non è possibile appagare il desiderio umano in un istante, si finisce per accontentarsi di qualcosa che non basta. Si pensi alla pornografia. È facilissimo trovare giovani depressi e demotivati che cercano una soluzione immediata nella pornografia. Mi dicono: «Qualsiasi fantasia mi venga la inseguo: mi metto in chat e il mio desiderio si realizza subito, ma poi mi sento a terra e vorrei sprofondare in un abisso». Evitano il rapporto più faticoso, ma veramente appagante, con una donna reale. Ma i danni sono anche civili: dalla riduzione del desiderio sessuale ai soli atti sessuali dipende anche la mancanza di bellezza e creatività che si riscontrano nella nostra società. Non sappiamo più costruire cattedrali, comporre musica, dipingere opere d’arte perché non sublimiamo più la sessualità con ogni attività. 


Cosa pensa di quello che potrebbe accadere se fosse legalizzata l’adozione da parte di coppie dello steso sesso?

L’assenza del padre che guarda al figlio come maschio capace di guidare e proteggere e della madre che guarda la figlia come femmina capace di accogliere, toglie al bambino la possibilità di avere un’identità precisa e limitata. Ecco perché abbiamo gente sempre più fragile, con poco amor proprio, con una bassa stima di sé, incapace di accettare rimproveri, fatiche e quindi di ottenere risultati appaganti. I sentimenti amorevoli non bastano a crescere figli sani.


Sostituire il padre e la madre con l’espressione "genitore 1" e "genitore 2" che conseguenze comporta?

Il padre come simbolo di tradizione, autorità e discendenza è sempre stato centrale nella nostra civiltà. Noi portiamo il nome del padre a fianco del nostro. Il diritto romano, perno dell’edificio della grande civiltà europea, è tutto incentrato sulla figura paterna. Ecco perché le nuove ideologie nate dal rifiuto dal padre, come quella femminista e quella del gender che da essa discende, cercano di smantellare il diritto romano. La conseguenza è la dittatura del desiderio senza limiti e dagli effetti mortiferi che sono sotto gli occhi di tutti.

domenica 1 dicembre 2013

DIFFERENTI OMOSESSUALITA' di Giancarlo Ricci


Una notazione preziosa è quella di distinguere tra differenti omosessualità. La parola stessa è ricca di malintesi e di equivoci. Il nodo è quello dell'identità sessuale, della sua storia e della vicenda soggettiva. 

Esistono differenti omosessualità. La semplificazione attuata dai media di considerare dopo averlo creato, l’individuo omosessuale come una categoria sociale “omogenea”, ha abolito le differenze all’interno del vasto e variegato campo dell’omosessualità maschile. Nella clinica le cose vanno in modo alquanto diverso. La stessa parola omosessualità risulta oggi assai generica per rendere ragione della complessità clinica della tendenza omosessuale così come si manifesta singolarmente.    
Ci sono dunque differenti omosessualità. C’è  quella  militata, gaiamente convinta. C’è inoltre un’omosessualità compulsiva che si consuma unicamente sul versante del sesso. C’è un’omosessualità che dichiara di cercare disperatamente l’amore e l’affettività. C’è un’omosessualità che rincorre il tentativo di riparare una vicenda familiare problematica dove la vicenda edipica ha preso una piega problematica. C’è un’omosessualità effeminata che procede dall’identificazione con  una donna.
C’è un’omosessualità che viene offerta come dono alla madre o che si maternalizza cercando ragazzi da amare. C’è un’omosessualità che si consuma nella ripetizione di un gioco perverso. C’è un’omosessualità rivendicativa che odia le donne. O che odia il padre o i fratelli e pertanto cerca affannosamente  qualcuno da umiliare e da degradare. Oltre all’orientamento verso lo stesso sesso, può intervenire una messa in questione del genere di appartenenza. 

OMOSESSUALITA' AGITA O FANTASMATA di Giancarlo Ricci


Introduciamo qualche riflessione intorno a un significativo “indicatore” clinico: le forme di omosessualità si differenziano anche a seconda se essa è fantasticata o pienamente praticata e agita. In altri termini se è occasionale, se è un rimedio contingente all’impulso  sessuale, se è ricercata o semplicemente fantasticata. 

       Riscontriamo dunque, in tal senso, due polarità. Da una parte un campo immaginario abitato da fantasie, curiosità, convinzioni che provengono spesso da un’ipotetica teoria sessuale infantile. Dall’altra  un’omosessualità praticata, agita ripetutamente, in alcuni casi militata tenacemente e non in modo occasionale. 
Tra la fantasia e l’agito in un certo senso passa la stessa differenza topologica che c’è tra il registro del desiderio e del fantasma, e quello del godimento inteso come incontro con il reale (Lacan). Sono due registri adiacenti ma distinti.  Le variabili in gioco sono il corpo, il modo cui cui esso è implicato pulsionalmente in carne e ossa, e l’idea di godimento, ossia le infinite varianti immaginarie progettate per raggiungere il maggior piacere. Tra queste due polarità si coniugano per ciascun soggetto differenti fantasmatiche. 
Per esempio accade di ascoltare, nel corso dei colloqui preliminari, che ciò che il paziente chiama omosessualità non è riferibile propriamente a questo termine, o quanto meno essa risulta un aspetto marginale o supplementare di una problematica di tutt’altra natura. Possiamo trovare, inoltre, nel discorso di alcuni pazienti, una serie di enunciazioni che collocano la questione dell’omosessualità in modi diversi: dall’ambito della vita pulsionale alla relazione oggettuale, dall’ideale narcisistico a una dimensione di sfida o di trasgressione.  Ci può essere insistenza, ripetizione, costrizione, tentazione, il non poter farne a meno. Le sfumature sono infinite. 

giovedì 14 novembre 2013

DA DOVE VIENE L'OMOSESSUALITA' di Giancarlo Ricci


Tra le principali cause psicologiche che concorrono all’origine dell’omosessualità maschile, molta letteratura psicologica concorda nel ritenere decisivo il tema del padre assente. Per evitare facili banalizzazioni dobbiamo chiederci in che senso dobbiamo intendere questa assenza.


Non si tratta semplicemente di un padre che non è stato presente fisicamente nella relazione con i figli e nella vita della famiglia. Certo, la presenza concreta è importante, spesso essenziale. Ma ci può essere un’altra modalità più sottile in cui il padre risulta assente: accade quando nella parola della madre la figura del padre è stata espunta, umiliata o degradata. In altri termini, se l’istanza del padre non compare nel discorso della madre, significa che per il figlio è come se simbolicamente egli non esistesse. E qui le cose possono di complicarsi.  
Qualora una madre ritenga di poter fare a meno della terzietà rappresentata dal padre, in qualche modo rischia di rendere difficile il processo psichico che accompagna la crescita del figlio, in particolare rischia di ostacolare l’identificazione del figlio con il genere del genitore. Il riferimento a una imago maschile paterna è infatti decisivo in quanto consente al figlio di riconoscersi in quanto maschio e di identificarsi al suo statuto virile, di assumerlo. Invece una madre che situi il figlio quale oggetto d’amore esclusivo e totale, indebolisce o addirittura compromette tale processo di riconoscimento.

Sul versante del figlio, questi avverte immediatamente - talvolta in modo drammatico - di essere chiamato a colmare o completare la mancanza della madre. Se il padre consente questa operazione senza intervenire, è come se abbandonasse il figlio in balìa all’onnipotenza materna. Si attua allora dal parte del figlio verso il padre quella che alcuni psicologi (John Bowlby) chiamano “distacco difensivo”. Molti studiosi (Freud, Klein, Winnicott, Lacan) si sono soffermati sulla constatazione che nella crescita psicologica del bambino è fondamentale che egli possa attuare un’identificazione positiva con la figura maschile. Se questo processo si svolge in modo problematico, l’identità sessuale del figlio può risultare difficile, esposta a una deriva, a un disagio che si manifesterà più avanti in vari modi. Il punto cruciale di solito emerge tra la pubertà e l’adolescenza, cioè in quel momento “di verità” in cui il soggetto incomincia seriamente a fare i conti con il proprio statuto sessuale. 

sabato 24 agosto 2013

OMOSESSUALITA': E' UN DATO NATURALE?


Pubblichiamo alcuni passi della recensione 
a cura di Armando Ermini sul libro di Giancarlo Ricci IL PADRE DOV’ERA. 
Le omosessualità nella psicanalisi (Sugarco). 
La recensione, uscita nel maggio 2013, è leggibile sul blog:
 http://maschiselvaticiblog.wordpress.com/2013/05/31/il-padre-dovera-2/



I concetti cardine intorno ai quali si sviluppa questo lavoro di Giancarlo Ricci, psicanalista di scuola lacaniania, possono essere così sinteticamente definiti: 
  • L’omosessualità non è una malattia organica da guarire in senso “sanitario, medicalistico, oggettivabile”.  La guarigione, perciò, consiste in un percorso durante il quale il paziente che manifesta un disagio, è chiamato a scoprire il significato e il senso del sintomo. È quindi un concetto aperto, che potrà significare tanto la permanenza nella propria situazione quanto l’uscita da essa. 
  • Compito dell’analista è accompagnare il paziente in questo percorso di cura di sé, senza forzarlo o indirizzarlo secondo le proprie convinzioni. Il contrario, dunque, di un approccio ideologico che voglia per forza far uscire il soggetto dalla condizione omosessuale o che, all’opposto, si ponga l’obbiettivo di fargliela accettare come un dato naturale. Quest’ultimo è ormai l’approccio prevalente in Occidente, per il quale non esistono differenze fra omosessualità ed eterosessualità, e dunque il disagio sarebbe solo frutto di condizionamenti culturali (...).
  • Non esiste l’omosessualità come categoria onnicomprensiva, ma molti tipi di omosessualità, in un certo senso tante quante le persone omosessuali, le cui vicende personali sono irriducibili l’una all’altra. 
  • Rimane tuttavia il fatto innegabile che  “ciascun soggetto nasce dallo statuto imprescindibile di figlio che implica l’esistenza di una madre e di un padre”. È quindi nello scenario familiare, nell’assenza fisica o psichica di uno o entrambi i genitori, o nella loro iperpresenza che schiaccia, che si svolge il processo di sessuazione o acquisizione dell’identità sessuale (...). 
  • È un fatto constatabile anche empiricamente che la diffusione dell’omosessualità  e della confusione fra i generi in Occidente è parallela al declino del codice paterno.  L’ideologia del Gender  “fa fuori il  padre, lo espunge”, spesso con la complicità degli stessi padri che, fuggendo da se stessi, rinunciano a rompere il legame simbiotico madre/figlio  con ciò confermando la propria irrilevanza. 
  • Il fenomeno, naturalmente, non è senza effetti anche sul piano sociale. Il padre è colui che pone un limite al godimento e norma le sue declinazioni, e quindi la sua “evaporazione”  è direttamente funzionale alla moderna società dei consumi che proprio sulla pretesa di un godimento illimitato si fonda. Esiste però un equivoco da chiarire. Contrariamente alla vulgata ormai prevalente, alimentata dai movimenti femministi (e da coloro che ad essi non hanno il coraggio di opporsi), il limite paterno non è semplicemente interdizione e controllo del desiderio e del godimento. (...).  Fin qui Ricci. 

domenica 2 giugno 2013

OMOSESSUALI SI NASCE ? di Giancarlo Ricci


Si nasce omosessuali? Questa facile battuta (senza il punto di domanda) fa appello alla semplificazione demagogica. Professa l’innatismo: si nasce così e basta. E’ la natura a decidere. Dunque non c’è nulla da fare, se non, come spesso raccontano alcuni pazienti, di “accettarsi così”. Ma molto, quasi tutto, dipende da come si intende la parola nascita: venire al mondo, cominciare ad esistere, provenire, derivare, sorgere.

Agli antipodi di un’accezione biologistica, il verbo nascere, su cui qui ci soffermiamo,  contiene in sé il concetto di trasformazione, di movimento, di passaggio. Dall’atto alla potenza per dirla con Aristotele. Nascere indica e implica un incominciamento. Eppure oggi, molto spesso, quando qualcuno afferma che “si nasce omosessuali”, fa riferimento direttamente a un’accezione biologica e genetica.  Il rischio è di credere in un assolutismo che fa piazza pulita di ogni parvenza di soggettività facendola sparire, annullandola.
Che cosa implica questa visione biologistica e come viene utilizzata? Quasi sempre, nel discorso ideologico, la certezza biologica e genetica,  diventa il garante assoluto e indiscutibile che giustifica l’omosessualità. In definitiva sposta l’omosessualità in un territorio apparentemente neutro e inaccessibile che è la natura, la natura nell’accezione biologica, genetica, cromosonica. E’ il regno incontrastato dell’assoluto.   

Il riferimento ultimo al dato biologico rischia sempre più di essere utilizzato oggi in modo strumentale, in diversi ambiti e non solo nel caso  dell’omosessualità. Il nostro modo di procedere, che non nega un’eventuale predisposizione all’omosessualità, propone un’altra accezione di nascita che è agli antipodi della visione biologica. 
Ci inoltriamo velocemente in un'articolazione differente che tiene conto dell’istanza dell'inconscio e dei processi identificativi in gioco nel soggetto. Quando la psicanalisi esplora ciò che risulta implicato nella nascita di un individuo, tiene conto di diversi elementi. Per esempio studi recenti si soffermano sullo scenario inconscio della coppia, in particolare su quello della futura madre,  ovvero le sue fantasmatiche, il funzionamento del suo desiderio inconscio di diventare madre, il rapporto con la propria madre. 

venerdì 10 maggio 2013

IL "DISTURBO" DELL'OMOSESSUALITA' di Giancarlo Ricci


Introduciamo, in modo schematico, alcuni criteri che a grandi linee situano le differenti omosessualità. E’ indispensabile - in primo luogo - situare il discorso entro cui si trova ciascun soggetto: in pratica situare la struttura psichica, storica, soggettiva entro cui per un soggetto la questione dell’omosessualità prende consistenza e forma. 

Nella clinica analitica, secondo una lunga tradizione consolidata anche nella letteratura psichiatrica, tre sono le principali strutture psichiche: nevrosi, psicosi, perversioni. Impossibile qui soffermarci a definire il funzionamento e le implicazioni di ciascuno di questi discorsi. La logica promossa e praticata da ampi settori istituzionali, giuridici, psichiatrici, mediatici si ispira ad una visione del tutto empirica e pragmaticista:  non interessano le motivazioni soggettive, le vicende psicologiche, psichiche o inconsce che possono essere alla base dell’omosessualità o le varie forme di disorientamento sessuale, ma solo i risultati, le scelte effettive, oggettuali e oggettivabili, riscontrabili nel comportamento degli individui. Il principio è quello di mettere a tacere la complessità, di neutralizzare la soggettività per occuparsi solo dei suoi comportamenti. 
Per esempio un soggetto può raccontare di desiderare di incontrare un partner in modo anonimo o occasionale, di voler riconoscersi in lui come in uno specchio immaginario, di sognare l’incontro amoroso con l’anima gemella, di incontrare brutalmente qualcuno disposto a soddisfare qualsiasi desiderio erotico, di cercare un partner estremamente femminilizzato, di stare con qualcuno “per divertirsi” o di trovare un ragazzo con cui coronare un sogno l’amore durevole. 

sabato 4 maggio 2013

OMOSESSUALITA' E UCCISIONE DEL PADRE, TRA FREUD E LACAN

Pubblichiamo l'articolo, a firma di Andrea Galli, uscito su "L'Avvenire" il 10.4.2013 come recensione al libro IL PADRE DOV'ERA. "Lo psicanalista Giancarlo Ricci esamina le ragioni della legittimazione della cultura gay e smonta gli argomenti interni alla teoria sul «genere»: chiamando a testimoni i fondatori (laici) della psicoanalisi".

In Francia ha colpito la trasversalità della protesta contro il progetto di legge sui matrimoni gay sponsorizzato dal presidente Hollande, che ha visto insieme non solo laici e cattolici, ma pure esponenti della comunità islamica ed ebraica. Anche il gran rabbino di Francia Gilles Bernheim, com’è noto, ha firmato un lungo e documentato testo contro il tentativo di «far saltare le fondamenta della società, per rendere possibili tutte le forme di unione, finalmente libere da una moralità ancestrale, e per far così definitivamente sparire la nozione stessa di differenza sessuale». 
In Italia si aggiunge a questo coro eclettico la voce di uno psicanalista di vaglia, Giancarlo Ricci, studioso di Freud e membro dell’Associazione Lacaniana Italiana di Psicoanalisi, con un libro appena pubblicato da Sugarco, Il padre dov’era: le omosessualità nella psicanalisi (pagine 208, euro 16,50).
L’intento di Ricci è quello di sfrondare il discorso da toni e argomentazioni considerati ideologici – l’egualitarismo, la lotta contro la discriminazione e l’omofobia, su cui si appoggiano sia le teorie del genere che l’“omosessualismo” militante – e postulati fittizi: per quanto riguarda le teorie di genere, il fatto che l’individuo abbia la possibilità di scegliere, sconfessando i dati della natura, tra identità maschile e femminile o gradazioni intermedie; per l’omosessualità la posizione secondo cui, in linea con una mentalità scientista che enfatizza la dimensione biologica e pende per un determinismo genetico, «omosessuali si nasce, non si

 diventa». A questo proposito l’autore cita un commento lapidario di Sigmund Freud nel saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci: «Bisogna dire, purtroppo, che i portavoce scientifici degli omosessuali non hanno saputo imparare nulla da quanto la psicoanalisi ha accertato con sicuro fondamento ». 

mercoledì 3 aprile 2013

L'OMOSESSUALITA': MALATTIA O NON MALATTIA? di Giancarlo Ricci


Malattia o non malattia? Il dilemma infuria.
Tratti dal libro IL PADRE DOV'ERA di Giancarlo Ricci, pubblichiamo alcuni brani che vogliono aprire un 
dibattito spesso considerato troppo scomodo.   

Accennare all’omosessualità come sintomo suscita l’immediata riprovazione perché subito l’interlocutore si precipita a concludere: allora l’omosessualità viene considerata una malattia! Come volevasi dimostrare. Se viene considerata malattia ecco subito partire l’accusa di omofobia. Nulla di più demagogico in questa specie di sillogismo, perché il concetto di sintomo - non smetteremo di ripeterlo - non corrisponde a quello di malattia. 



Malattia o non malattia? I distinguo imperversano, a volte perversamente, proprio per creare quella confusione in cui tutto è vero e tutto è falso al tempo stesso. Sono frasi che sentiamo quotidianamente: l’omosessualità non è una malattia; forse è un disturbo; no, un disordine; si tratta solo di un orientamento; non si può curare perché si nasce omosessuali; chi vorrebbe curarla commette un abuso; poi perché bisogna curarli?; forse è curabile solo quella egodistonica; quella egosintonica perché curarla?; perché costringere qualcuno a diventare eterosessuale? Ciascuna di queste frasi contiene in sé un teorema, contiene cioè già i termini che prevedono, per la logica che sottendono, una particolare risposta e non altre.  

lunedì 18 marzo 2013

VERI MATRIMONI di Giancarlo Ricci

I veri matrimoni, quelli auspicati dalla società ipermoderna, hanno una base decisamente concreta e soprattutto un'utilitas. Questo articolo giornalistico, uscito in sordina,  lo dimostra abbondantemente.

     L'ingerenza delle corporazioni, delle industrie e delle governances  in materia di matrimoni gay, di omogenitorialità, di adozioni (e di molto altro), mostrano come i veri matrimoni sono quelli tra il business e l'ideologia gender. E cioè tra la legge del profitto e l'indifferenza in materia di sessualità e di identità sessuale. La nostra epoca che festosamente si compiace del declino del padre, sembra celebrare  cinicamente il trionfo di un "godimento smarrito", barattandolo con un concetto di libertà e di emancipazione in cui tutto è possibile.  
       Siamo stati ottimisti a chiamare gli "studi di genere", finanziati dalle università USA, un'ideologia: si tratta piuttosto di una visione imposta dalla gestione biotecnologica e biopolitica della società. Molto di più di un'ideologia dunque. E' qualcosa che punta a sovvertire l'attuale statuto antropologico della sessualità, dell'identità sessuale, della struttura della famiglia, della vicenda edipica. E ancor di più: ad abolire lo statuto di padre e di madre. E pertanto di figlio. Ma se alla civiltà (Kultur) togliete le parole padre, madre e figlio, essa svanisce, in un soffio. Che cosa resta della soggettività? Con quale storia? Con quale romanzo familiare e con quale memoria? 
       L'appello ai diritti, all'uguaglianza, all'amore, alla battaglia contro l'omofobia e la discriminazione andrebbero letti in altro modo, con altri strumenti, guardando un po' più lontano. Dato che, queste istanze vengono da ben più lontano rispetto a quanto si creda. Vengono da un'altra legge che è quella del profitto, legge che divora le altre leggi e le forgia a proprio uso e consumo.

GIANCARLO RICCI, IL PADRE DOV'ERA. LE OMOSESSUALITA' NELLA PSICANALISI, SUGARCO