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giovedì 14 gennaio 2016

SULL'ADOZIONE, SUL FIGLIO E I DIRITTI. Di Giancarlo Ricci

 Pubblichiamo la prima parte della voce adozione tratta dal libro di G. Ricci Sessualità e politica.Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco, 2016). 
Articolato in sessanta voci come in un dizionario, il libro ripercorre i temi essenziali che attraversano oggi la sessualità e la politica: la <<cosa sessuale>> e la <<cosa pubblica>>, l’individuo e la società, la libertà del soggetto e il <<bene comune>>, il privato e il pubblico.  
                                                                                           
Tre sono le modalità con cui una coppia sterile può <<ottenere>> un bambino: la via dell’adozione, della procreazione medicalmente assistita (PMA) e della fecondazione eterologa. Qui le questioni e la parole si complicano immediatamente. Come definire <<una coppia>>? E perché non parlare di un single ? Si tratterebbe di avere un bambino o di fare un figlio? In nome di quale amore? Siamo sicuri che stiamo parlando ancora di famiglia ? 


Ecco tutti nodi venire al pettine. In realtà due sono i pettini. Il primo pettine riguarda l’avere un Bambino che comunque rimane un desiderio di avere. In questo avere, il posto del Bambino rischia di essere quello delloggetto, delloggetto desiderato. Se poi è desiderato forsennatamente per colmare una mancanza, povero bambino. Il secondo pettine chiama in causa il dispositivo  simbolico della filiazione dove qualcuno, il Figlio, è chiamato a esistere e ad conquistare un posto nel mondo in quanto ha la facoltà di  soggettivizzare ciò che ha ricevuto (debito simbolico) e di trasmetterlo a modo suo.  
La distinzione, così netta, tra Bambino e Figlio ci permette subito di situare, nel complesso campo dell’adozione, due versanti: da una parte il desiderio degli adottanti, dall’altra il destino dell’adottato. In che modo desiderio e destino si stringono nello stesso nodo o si sciolgono separandosi? La loro dialettica implica una dimensione giuridica, etica, sociale, soggettiva. 


Il nostro tempo, trafficato da <<diritti insaziabili>>, predilige il punto di vista dei genitori e della loro volontà. Il sano concetto giuridico relativo alle <<condizioni di adottabilità>>, poste a protezione e a tutela del minore, passa ormai in secondo piano. Sembra svanita la condizione secondo cui il minore adottabile debba essere <<in stato di abbandono>>. In altri termini prevale un generico diritto all’adozione sul diritto dell’adottato, spesso relegato nella zona grigia di un destino sfortunato. Notiamo di sfuggita, a proposito dell’adozione ma ugualmente per alcune pratiche di fecondazione, che in nessun sistema giuridico è mai esistito, per una donna, il diritto di avere un figlio.

La <<coppia adottante>> giuridicamente deve corrispondere ad alcuni requisiti, anche psicologici. Il nodo infatti riguarda lo scenario psichico in cui il tema della maternità e della paternità prendono consistenza e determinazione. Qui le cose si complicano perché sullo sfondo sono spesso silenziosamente all’opera, da parte sia dell’uomo sia della donna, alcuni fantasmi inconsci che alcuni studiosi situano a livello transgenerazionale. Questi fantasmi chiamano in causa molti aspetti, sia sul versante biologico (sterilità) sia sul versante simbolico (infertilità). 
Il complesso istituto delladozione, in un certo senso, assicura il superamento di questo impossibile (biologico e/o simbolico). Questione quanto mai complessa  perché chiama in causa la relazione stessa tra un uomo e una donna. Il termine amore, spesso evocato dai media come protagonista indiscusso e univoco della vocazione adottiva, è intriso di altre questioni.  
Si tratterebbe ulteriormente di distinguere, tra i due componenti della coppia, come funziona il desiderio di adozione. Il desiderio di una donna ad avere a tutti i costi un Bambino può radicarsi in una sua questione psichica problematica. E ugualmente il desiderio di paternità per un uomo può risalire ad una sua vicenda antica, alla trasmissione del nome o a una particolare idea di <<immortalità>>. In entrambi i casi aleggia l’ombra della genealogia, della discendenza, della trasmissione.  

Sul lato del figlio adottato non si può minimizzare un elemento strutturale e cioè la non coincidenza tra la dimensione  <<biologica>> e quella <<simbolica>>. Il figlio adottato, in quanto accolto e dunque desiderato dai genitori, è un figlio <<simbolico>> ma non <<biologico>>; non c’è un legame <<di sangue>>. Lasciamo da parte la complessità di queste due dimensioni che assumono valenze culturali, sociali, giuridiche e antropologiche diversissime. 
La non sovrapposizione tra il <<biologico>> e il <<simbolico>>, da sempre questione infinita, pone di fatto per il figlio adottivo alcune tematiche psicologiche e psichiche di rilievo: il romanzo familiare delle proprie origini, il tema del rifiuto, il nodo della paternità e del nome, l’istanza dell’ascendenza e della discendenza (il da dove vengo). In particolare da parte del figlio adottivo rimarrà lo sforzo di intendere, nella storia in cui si è trovato a nascere, la natura dell’impossibilità dei propri genitori naturali ad essersi occupato di lui. Impossibilità, rifiuto o che altro?  Questa barratura così equivoca e ambivalente, oltretutto raccontata quasi sempre da altri, impegna il soggetto in un lavoro psichico impegnativo e difficile. In sintesi: per diventare Figlio dalla posizione di adottato, occorre un doppio giro. In un certo senso l’attraversamento di una doppia perdita e di un doppio lavoro del lutto. 

Altra implicazione: la questione del debito. Nell’adozione anche il debito simbolico, in un certo senso, si raddoppia, talvolta fino a diventare insopportabile. È facile che esso sia avvertito nei confronti dei genitori reali, gli adottanti. Spesso il debito è facile sia pensato come debito reale, ben lontano dall’assumere una valenza simbolica. In altri termini: il figlio adottato è ancor più spinto a confrontarsi con una restituzione ritenuta impossibile. Alcune volte questa impossibilità è paralizzante o labirintica. In termini clinici, la vicenda può assumere una portata drammatica dai contorni distruttivi. Un enunciato potrebbe essere: <<restituisco (dissipo, dilapido, azzero) il dono della vita per restituire il rifiuto che ho ricevuto>>. 

mercoledì 24 settembre 2014

"FAMIGLIE" GAY GONFIATE NEI CENSIMENTI. Di Roberto Volpi


Pubblichiamo l'importante articolo di Roberto Volpi "Tutte quelle coppie gay (con figli) sparite dal censimento, o forse mai esistite", tratto da Il Foglio del 23 sett. 2014. Illuminante.

Un mucchio di baggianate. Ecco di cosa abbiamo discusso, ed ecco del resto che cosa hanno tentato di rifilarci: un muc- chio di baggianate. In tutti questi anni di dibattito ideologico e di forzature politiche in vista di rivoluzioni legislative, era sembrato che le coppie omosessuali, gay e lesbiche, fossero un fatto ma che dico ordinario, ma che dico normale: proprio in spolvero, irresistibile e irreversibile, avviate a fare sfracelli e a sostituirsi in ogni città e cittadina ed enclave del nostro pae- se alle ormai declinanti e irrecuperabilmente démodé schiere delle coppie eterosessuali.


E invece? E invece ci vuole un po’ di pazienza e andare sul data-base Istat del censimento 2011, e fare un po’ (ma mica poi tante) di interrogazioni. Dunque.
Risultato della prima interrogazione: 16 milioni 648 mila nuclei familiari, di cui due milioni e 651 mila famiglie monogeni- toriali (un solo genitore più figli) e 13 milioni 997 mila coppie con e senza figli. Risultato della seconda interrogazione: poco meno di 13 milioni 990 mila coppie con o senza figli formate da un uomo e una donna e 7.591 – dicasi 7.591 – coppie con o senza figli formate da persone dello stesso sesso. In altre parole: una manciata di coppie/famiglie omosessuali gay o lesbiche ufficialmente affioranti come relitti di un naufragio tra i milioni e milioni di coppie eterosessuali. 


Avverte tuttavia l’Istat che “i dati relativi alle coppie dello stesso sesso sono sottostimati e si riferiscono solamente alle coppie dello stesso sesso che si sono dichiarate. Molte persone in questa situazione hanno preferito non dichiararsi nonostante le raccomandazioni”. Ok, d’accordo, “molte persone” omosessuali hanno fatto questa scelta del silenzio. Non proprio il massimo, per l’ideologia gender, una tale conclusione, dopo tanto esibito orgoglio, ma tant’è. E però sembra assai difficile supporre che per ogni coppia omosessuale censita ce ne siano, mettiamo, dieci o magari venti sfuggite al censimento, perché nell’eventualità ci sarebbe di che chiedere il subitaneo smantellamento del cen- simento stesso.


Dunque, fate i vostri calcoli. E vedrete che siamo pur sempre dalle parti di una piena marginalità. Fine dei giochi. E che nessuno si azzardi da ora fino al prossimo censimento a buttar lì cifre così per fare, nella convinzione che tanto nessuno te le contesterà mai. Perché invece proprio questo fanno i dati del censimento, che non solo certe cifre le contestano ma affibbiano uno schiaffone alla magniloquenza gay di quelli che lasciano un segno sulla guancia destinato a durare.
E veniamo al punto due. Peggio del primo, se possibile, per le così proclamatorie organizzazioni gay. Figli in coppie di que- sto tipo: 529 – dicasi 529. Uno ogni 14 coppie censite. Insomma, pochissime coppie e niente figli. Ci avevano assicurato, proprio quelle stesse organizzazioni, almeno 100 mila. Centomila figli in famiglie omosessuali e lesbiche. Quelli censiti sono duecento volte di meno. E di nuovo: magari l’I- stat ha, per la stessa ragione di cui sopra, sottostimato i figli nella proporzione di dieci o venti a uno. Ma ci si fermerebbe pur sempre a 5 mila figli, 10 mila alla più lunga, se anche così fosse, anni luce distanti dai tanto reclamizzati 100 mila. 
Salta alla mente il titolo di un romanzo di Hans Fallada – lo scrittore tedesco dei tempi del nazismo che scrisse anche “Ognuno muore solo”, il più bello e importante libro sulla resistenza tedesca – “E adesso, pover’uomo?”. Già, e adesso come la mettiamo? Come la metteranno tutti quelli che non si sono peritati, in questi anni, di cercare di ammannirci una realtà di sessualità ormai del tutto ibrida, confusa, mischiata, indifferenziata, risucchiata e frullata nel calderone anarchico e ribollente del “tutto meno della insipida etero- sessualità”? Ed ecco che le coppie italiane risultano eterosessuali al 99,95 per cento, secondo il censimento. Forse la proporzione vera è attorno al 99 per cento. Inferiore no di certo. Perché se fosse inferiore, significherebbe che ci sono almeno 150 mila coppie omosessuali ufficialmente conviventi sotto lo stesso tetto (pari, appunto, a poco più dell’uno per cento dei 14 milioni di coppie), venti e passa volte quelle che non hanno avuto timore a dichiararsi tali. Una “foto” letteralmente in guerra con quelle dell’ufficialità gay. E invece i dati non si possono tirare più di tanto. Quelli ufficiali meno ancora. E non si può far finta che non ci siano. O che, essendoci, non significhino poi molto. Ci sono e significano. Non molto, di più.


lunedì 28 gennaio 2013

MATRIMONI GAY E L'INCONSCIO


    Si è avviato  in Francia un acceso dibattito laico tra psicanalisti intorno ai matrimoni gay e le adozioni. Ha preso posizione Jacques Alain Miller con il suo semplice motto "No, la psicanalisi non è contro i matrimoni gay". http://www.lepoint.fr/invites-du-point/jacques-alain-miller/non-la-psychanalyse-n-est-pas-contre-le-mariage-gay-14-01-2013-1614461_1450.php   
     A questo intervento di Miller risponde quest'articolo molto critico di Daniel Pendanx (psicanalista di Bordeaux) http://www.valas.fr/Daniel-Pendanx-les-petitions-et-l-interprete,307
 Ne forniamo una traduzione per il lettore italiano.

IL MATRIMONIO GAY, LE PETIZIONI E L'INTERPRETE  
di Daniel Pendanx 

Nella confusione e agitazione del momento, se può sembrare utile circoscrivere l’ambito della psicoanalisi rispetto a «talune delle tesi che si oppongono al progetto di legge», come si legge nella dichiarazione che raggruppa alcuni milleriani   (dichiarazione-petizione data in pasto allo spirito di massa), sarebbe necessario ora che gli psicoanalisti non si facessero garanti delle “tesi” della nuova dogmatica: quella del soggetto svincolato da qualsivoglia legame fiduciario (inteso qui in senso giuridico): il soggetto esente dall’Edipo.  

Facile e comodo esser maliziosi nei confronti degli ecclesiastici; altra questione è comprendere che il pericolo principale – la più folle “credenza” nell’esistenza del rapporto sessuale – è dalla parte del nuovo familismo monogenitoriale e impegnarsi in una resistenza critica verso questa deriva, che richiede all’interprete la capacità di conquistare tutt’altra libertà e tutt’altro coraggio politico.
Nelle considerazioni della petizione di Miller la “religione” è data come bene di consumo a disposizione del soggetto: prendere o lasciare. Ecco lo spirito del «mercato delle religioni», concetto made in Usa di cui si pasce la nostra laicità di Europei.     CONTINUA....