Visualizzazione post con etichetta sessualità e politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sessualità e politica. Mostra tutti i post

martedì 3 marzo 2020

MATRIMONIO OMOSEX PIU' FELICE?




In una società che non sopporta più la proposta di esempi di vita, trovano applicazione modelli sperimentali di convivenza sociale. Tanto che può anche capitare di ricevere, attraverso i mezzi di comunicazione, un’ispirazione da Stephanie Koontz, autrice di un’opera sul matrimonio, Marriage, a History: How Love Conquered Marriage, che ha conquistato anche le pagine del Corriere della Sera, dopo aver proposto, su The New York Times, i risultati di una ricerca sulle “buone pratiche” delle coppie omosessuali, da cui sembrerebbe emergere un clima di maggior serenità rispetto al vissuto delle famiglie naturali composte da un uomo e una donna.
Lo psicoanalista Giancarlo Ricci, nel volume Sessualità e Politica. Viaggio nell’arcipelago gender, offre invece altri criteri di valutazione sulla scelta preferenziale di un passaggio dal cosiddetto eterocentrismo all’omonormatività, cioè a una visione dell’omosessualità intesa come elemento portatore di pace nei costumi e nelle istituzioni. Andiamo più a fondo nella questione, ponendogli alcune domande.

Dottor Ricci, c’è un rischio di eterofobia nel vedere le relazioni fra uomo e donna come una fonte di violenza?

È più di un rischio. In queste ricerche intravedo nettamente un criterio che si basa su una serie di parametri indicatori di felicità e di benessere come se questi potessero essere quantificati e pertanto paragonati, valutati, misurati, e così via. Nella relazione tra un uomo e una donna c’è qualcosa che sfugge a qualsiasi parametro, se si tratta davvero di una relazione vera. In essa c’è sempre un elemento qualitativo singolare e unico. Altrimenti prevalgono criteri pragmatici o di semplice convivenza: la condivisione dei compiti domestici, il tempo che si trascorre insieme, la gestione condivisa dei bambini, dei propri spazi e via dicendo. Si tratta di un criterio improntato a una visione comportamentista e pragmatista dell’uomo che pretende di valutare se si verificano effetti gratificanti o di conflitto. In questa prospettiva ho l’impressione che venga affermata una certa idea di differenza sessuale e di statuto sessuale: come se la differenza tra i sessi, in quanto tale, fosse la causa che maggiormente produce conflitto, violenza o incomprensione. E che pertanto ostacola la felicità, la comprensione, la compattezza della coppia. Non è così. Se alla sessualità togliete la differenza tra i sessi, l’eteros, l’alterità, rimane ben poco, rimane l’autoerotismo, un piacere fine a se stesso, senza soddisfazione, antitetico a un’eventuale felicità. Non a caso la parola «felicità» proviene da «fecondità». L’incontro con l’altro sesso, con l’alterità, produce conoscenza di sé, avvia un processo interiore costellato da valori irrinunciabili su cui cresce l’umano.

Così si giunge a giustificare l’omogenitorialità: se la percezione è che i bambini siano meno trascurati all’interno di una convivenza fra persone dello stesso sesso, la conseguenza è che dovrebbero essere allontanati dai genitori per preservarli dall’insoddisfazione…

Sì, sono giustificazioni piene di paradossi. L’omogenitorialità è una scelta, come pure lo è la decisione di “avere” o di adottare bambini. Se ci si fa caso, le varie ricerche favorevoli all’omogenitorialità parlano sempre del benessere dei bambini. Il criterio prevalente è sempre e soltanto il benessere (spesso inteso come sinonimo di salute). E poi parlano solo di bambini, molto raramente di figli: prendono in esame soltanto l’età infantile, non tutto il ciclo di sviluppo che arriva fino all’adolescenza. Guarda caso, le ricerche non proseguono le considerazioni quando si entra nella fase più delicata relativa alla formazione dell’identità sessuale del ragazzo o della ragazza. È come se fosse un segmento di ricerca mancante o, meglio, volutamente trascurato. Direi, velocemente, che queste ricerche, insistono sul bambino proprio perché disconoscono lo statuto di figlio: il bambino è soprattutto un oggetto di desiderio condiviso tra due, il figlio introduce una posizione terza, altra, rivolta all’esterno. Presuppone un mito delle origini, una genealogia, un’inscrizione genealogica, una trasmissione del nome. Sono questi processi, con le proprie logiche, a garantire che ci sia un’alternanza delle generazioni. 

Forse può venire incontro qualche testimonianza sul tema, anche letteraria, come il volume autobiografico di Dawn Stefanowicz, Fuori dal buio. La mia vita con un padre gay o la vicenda di Robert Lopez, che descrivono il disagio da loro vissuto e non certo a causa dell’omofobia. Ma, a proposito di questo, che tipo di organizzazione politica può nascere da legami affettivi fondati sull’omocentrismo, dove la differenza fra uomo e donna è considerata generatrice di problemi?

Non è soltanto la famiglia formata da un uomo e da una donna a essere messa in discussione. È qualcosa di più: tra l’altro anche lo statuto di figlio, per esempio, il quale è strutturalmente portatore di differenza (di idee, di pensiero, di progetti). Ho l’impressione che l’omogenitorialità rischi di diventare il modello di una sorta di famiglia fai-da-te, dove l’alterità e la differenza sono messi al bando. Più in generale, quasi rappresentasse un modello alternativo o trendy, credo che l’omogenitorialità possa diventare (e in parte lo è già) un modello idealistico nel quale i soggetti sono sempre più svincolati da legami sociali in nome di un individualismo estremo, soggettivistico. In nome del diritto alla libertà si attua una deresponsabilizzazione della libertà. Siamo nel mondo ipertecnologico del “mi piace”, dove tutto è permesso. Anzi, dove si afferma l’obbligo del “tutto è permesso”. Anche dal punto di vista della spesa sociale, della previdenza, il Welfare State sembra orientarsi verso una prospettiva egualitaristica che all’apparenza è considerata vantaggiosa, ma che alla lunga temo si rivelerà devastante, dal punto di vista sia del soggetto sia sociale. L’applicazione sistematica e impositiva di scelte o politiche “sanitarie”, sociali ed educative ispirate ai criteri gender viene considerata, ormai per molti, una modalità omologante e uniformante: il soggetto, i genitori stessi, vengono spossessati di un diritto proprio e di una soggettività propria in nome di un modernismo ipotetico che pretende, non senza tornaconti, di monopolizzare l’umano.

giovedì 9 giugno 2016

ARCIPELAGO GENDER. Giovanni Sias sul libro di Ricci

Giovanni Sias interviene sul libro Sessualità e politica 
di Giancarlo Ricci con alcune riflessioni 


La lettura dell’ultimo lavoro di Giancarlo Ricci, Sessualità e politica (Sugarco 2016) impegna in alcune riflessioni che riguardano da vicino la nostra vita nella contingenza storica, E’ anche, e forse soprattutto, occasione per trovare una via non ideologica, per tentare di cogliere che cosa passa oggi a livello mediatico e nei luoghi comuni che attraversano le società del nostro tempo. Forse è questa l’indicazione contenuta nel sottotitolo del libro: Viaggio nell’arcipelago gender. E che il «gender», espressione di una libertà falsa e distorta, sia di ordine squisitamente ideologico mi sembra fuori di dubbio. Che una persona ritenga di poter scegliere il «genere» a cui appartenere benché nasca maschio o femmina, e si ritenga in potere di sovvertire tale statuto biologico ancor prima che antropologico, non può che essere frutto di un’idea di onnipotenza sostenuta dalla potenza della tecnica.

Che si tratti di ideologia lo sottolinea anche il fatto, non irrilevante, che in questo dibattito sociale non sembra che ci sia spazio per discutere, sia sul piano etico sia su quello scientifico: il pensiero gender, sostenuto dai programmi accademici di psicologi e sociologi (e cioè di quelle teorie che il nostro Ugo Spirito chiamava «false scienze») che ne hanno costruito l’ideologia, si presenta come indiscutibile e corre per la sua strada egemonica senza trovare ostacoli, sostenuto dalla politica e dalla falsa-scienza dei nostri tempi.
Che l’autore abbia voluto, con questo libro, portare il confronto sul piano del linguaggio, evitando ogni trabocchetto ideologico, è il suo merito, ed è il suo tentativo di riportare un dibattito sul piano della scienza. Infatti, se vogliamo leggerlo dobbiamo partire dalla frase tratta da Freud e messa in esergo: «La psicanalisi non ha il compito di rendere impossibili le relazioni problematiche, ma di creare per l’Io del paziente la libertà di optare per una soluzione». Qui si trova, o almeno così a me pare, l’indirizzo per leggere in modo corretto il libro di Ricci.
La struttura del libro poi rimanda a questioni e a tematiche che si sviluppano eminentemente sul piano linguistico. Organizzato come un dizionario prende in considerazione tutti i termini (dalla A di abuso alla V di vittimismo) che caratterizzano il linguaggio intorno a tali questioni, e se seguiamo il percorso che analizza il senso che le parole acquisiscono nell’«arcipelago gender», e più in specifico nel linguaggio corrente, ci accorgiamo come tutto questo discorso su una presunta facoltà umana, che non vuole tener presente la sessualità come elemento determinato dal caso (naturale, biologico, e anche antropologico per quanto riguarda una cultura dell’umano), ma lo considera solo un elemento sociale, in cui la sessualità è pensata come scelta «libera» di un ipostatizzato e illusorio soggetto a cui la filosofia da lunghi anni (quattro secoli!) ci ha assuefatti, ci troviamo a considerare come il trionfo del narcisismo scivoli sempre più nella perversione, e che le società attuali, sul piano finanziario, tecnologico, economico e politico, attuano la perversione come espressa possibilità di dominio, di controllo e di assuefazione delle coscienze.

giovedì 11 febbraio 2016

L'OMOGENITORIALITA' E IL BAMBINO. Di G. Ricci

Contributo intorno alle implicazioni simboliche dell'omogenitorialità al tempo della sconfessione del padre e dello decostruzione della madre. 


Sull’omogenitorialità molti prendono la parola come se si trattasse di una preferenza o un’opzione personale, come se le faccende umane fossero governate da principii e statuti simbolici modificabili a piacimento. Nella società in cui tutto è permesso, nell’enfasi dello scientismo e nelle promesse delle biotecnologie bisognerebbe ricordare che esistono principii che vengono chiamati non disponibili. Sono proprio questi principii a definire simbolicamente l’umano, il suo statuto, il suo orizzonte di verità.
Quale sarebbe lo statuto simbolico dell’omogenitorialità riconosciuto attraverso una legge? A che cosa sarebbe preposto? Dobbiamo prima precisare cosa intendiamo per “bambino” e che cosa con “figlio”. Sono davvero due sinonimi o hanno due statuti differenti? Partendo dalla teoria e dalla pratica clinica (psicanalitica) occorre rilevare che c’è differenza tra il concetto di “bambino” e di “figlio”. Il “bambino” è da considerare principalmente come oggetto d’amore, un oggetto pensato, progettato, desiderato. Se una donna dicesse che vuole avere un bambino, magari a tutti i costi, sarebbe problematico. Per i genitori - etero o omo - il rischio è che, appunto, prevalga il desiderio di avere un bambino, di considerarlo un oggetto narcisistico che deve confermare la specularità della coppia, prolungarla, fare tutt’Uno con essa. Il “bambino” incarnerebbe il desiderio della madre, sarebbe cresciuto come l’oggetto immaginario che ricolma la sua mancanza. 
  
Autun, Francia, ca. 1130. (Allegoria della filiazione?)
Altra cosa è il “figlio”: egli simbolicamente  è situato in un processo di filiazione e non puramente in una linea riproduttiva  biologica, magari favorita dalle nuove biotecnologiche. Il figlio è colui che appartiene a una genealogia, è colui al quale è affidato il compito di trasmettere (a suo modo) il debito di vita che riceve, è colui che garantisce alla società e alla civiltà l’alternarsi delle generazioni ossia la trasmissione di una memoria dell’umano. Il figlio è il cuore pulsante della vita, il punto sorgivo da cui passa la vita e la morte, il progetto di vita e il suo compimento. E’ molto di più che un oggetto d’amore: egli istituisce l’essenza dell’umano, la finitezza del limite e l’infinitezza dell’avventura. Il figlio cammina con i propri passi, esce dalla famiglia, si avventura nel mondo. Lo diceva bene Goethe parlando del figlio: “Ciò che hai ereditato riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. Dunque figlio è colui che riconquista ciò che ha ricevuto, ossia la vita. Il figlio desidera che la vita sia sua e non un prolungamento della vita altrui. Per il “bambino” tutto ciò non avviene, gli è precluso. Il “bambino” si compiace di essere amato; rischia di immaginare di essere amato per sempre, di essere perennemente in credito e dunque di non restituire niente. Difficilmente fa il passo di mettere in gioco il proprio desiderio, la propria mancanza. Preferisce incarnare la posizione di oggetto d’amore. In una battuta: bambini si nasce, figli si diventa. O meglio ciascuno nasce bambino e può diventare figlio. Dipende in gran parte dal padre e dalla madre e da come essi hanno fondato una famiglia.  
Quando viene affermato che l’amore dei genitori, anche omosessuali, è sufficiente a crescere bene un bambino, si tratta di intendere di quale amore si tratta. Talvolta, cosa non rara, l’amore è problematico o addirittura patologico. Può accadere in qualsiasi relazione. Tuttavia, cosa imprescindibile, l’amore genitoriale, in quanto tale, non è sufficiente a istituire simbolicamente il figlio. E’ una condizione non sufficiente. 
Occorre altro per istituire il figlio. Occorre che ci sia un padre e una madre, ossia due corpi sessuati, due corpi cioè contrassegnati da una differenza (anatomica, simbolica, psichica). Solo così a sua volta il figlio potrà crescere pensando di appartenere anch’egli all’uno o all’altro sesso (nome). Occorre inoltre che un figlio possa svolgere e soggettivare il mito delle proprie origini. Che possa pensarsi e costruire la propria identità situandosi in una struttura della parentela e della genealogia (cognome). Per ogni individuo è essenziale sapere “da dove vengo”, per capire “dove andare”, per cercare di tessere un senso e una direzione alla propria vita. 

    Il grande "dibattito" di questi mesi sull’omogenitorialità mette in rilievo il tentativo di dimostrare la supremazia della biotecnologia sui criteri simbolici che governano la filiazione. Di fatto la biotecnologia tenta, secondo una versione medicalistica, di smontare, decostruire e segmentizzare la logica della filiazione. Dunque vi sarebbero tre madri: quella che mette l’ovulo, quella che attua la gestazione, quella sociale. E due padri: colui che mette lo spermatozoo e quello sociale. In questa frammentazione la dimensione simbolica della relazione sparisce e lo statuto di figlio svanisce. Se viene svilito questo statuto di figlio, così storicamente centrale in qualsiasi cultura e società, la riproduzione umana diventa una faccenda dove più nulla è distinguibile. Dove l’alternanza della vita e della morte che consente l’alternarsi delle generazioni, si spegne. E quindi dove ogni memoria e ogni tradizione diventa un mausoleo, ossia una celebrazione narcisistica e autoreferenziale di se stessi. Ogni differenza soggettiva verrebbe bandita. 

martedì 9 febbraio 2016

BREVE STORIA DELL'OMBELICO. Da dove vengono i bambini. Di Giancarlo Ricci

Riceviamo e pubblichiamo questa "Breve storia dell’ombelico. Da dove vengono i bambini" di Giancarlo Ricci.

Sulla storia dell’ombelico, curioso segno che ciascun essere umano ha inscritto sul proprio corpo, parecchio potrebbe raccontarsi. 
Fin da piccoli i bimbi scrutano insistentemente questo particolare avvallamento in mezzo alla pancia. Chiedono che cosa sia, a cosa serva, chi l’abbia inventato. In realtà non riescono a capire che è una vera e propria cicatrice. Ma cicatrice di che cosa?
Quando un adulto spiega che l’ombelico è una cicatrice, i bimbi rimangono increduli, pensano che sia uno scherzo, il solito giochetto stupido per farli divertire. Viene spiegato loro che un tempo, quando erano più piccoli, venivano alimentati con un tubicino collegato direttamente alla loro pancia. Fanno un po’ fatica i bimbi a capire questa cosa, ma fin qui pare ci arrivino, almeno sembra. 

La vera difficoltà sorge quando essi cercano di capire a che cosa era collegato, dall’altra parte, quel tubicino: a un corpo, a un frigorifero, a un biberon gigantesco? Proprio non riescono a farsi una ragione su dove andasse a finire quel tubicino, a che cosa fosse collegato. 
Alla mamma, rispondono in coro gli adulti. Al corpo della mamma, precisa qualcuno. All’utero della mamma, corregge un altro. In verità, alla placenta, sentenzia infine il vero adulto. A queste risposte i bimbi rimangono un po’ confusi. I più risoluti insistono nel chiedere perentoriamente se questo tubicino fosse attaccato alla mamma o all’utero della mamma. All’utero della mamma, rispondono alcuni adulti. Insomma, alla mamma che ti ha nutrito, rispondono altri. 
A questo punto alcuni bambini rimangono perplessi e pensosi. I più svegli incominciano a questionare: ci avete raccontato che l’utero dove si cresce da piccoli è sempre quello di nostra mamma! Sì, rispondono gli adulti, un po’ seccati, è quello dell’utero della mamma. 
I più svegli, rimuginando, poco dopo sbottano: ma allora l’utero e la mamma possono essere diversi…Gli adulti, spazientiti, ammettono: talvolta è lo stesso della mamma altre volte no. Le domande dei bambini esondano in piena: ma allora, come mai sul mio corpo c’è questa cicatrice che non ha nulla a che fare con mia madre? C’è allora una mamma vera e una mamma falsa? Qual è dunque mia mamma? Allora io da dove provengo? Da chi sono stato nutrito? Allora anche il mio corpo può essere il mio o quello di un altro. Mi hanno sostituito la mamma, scuote la testa il bimbo più appartato. 

Gli adulti, travolti da tante e inconsuete domande, ormai avevano molte altre cose da fare e si apprestano a squagliarsela a passi felpati. 
Prima che l’ultimo adulto lasciasse la stanza sentì la voce del bimbo più grandicello che chiede: Ma il papà sa di tutto ciò? Sa mia padre che l’utero che mi ha nutrito e cresciuto non è quello di mia mamma? Lo sa?
Immerso nel silenzio proseguì da solo i suoi pensieri: se mio papà lo sa significa che era d’accordo. Se questo è vero, significa che mio padre mi ha generato con un’altra donna. Oppure il corpo da cui provengo è stato fecondato da un altro uomo. Insomma da dove vengono i bambini? Da quante madri o da quanti padri…

Così, dopo tutto ciò, alcuni bimbi si convinsero che quella cicatrice che avrebbe dovuto significare sul proprio corpo, la traccia della propria storia e della propria provenienza, in realtà rappresentava qualcos’altro che non riuscivano a intendere… 

martedì 26 gennaio 2016

TESI CONTRO L'OMOGENITORIALITA'. Di G. Ricci

In sei punti, a partire da considerazioni che procedono dalla clinica psicanalitica, dal diritto e dall'antropologia,  G. Ricci, autore di Sessualità e politica. Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco), interviene a proposito del dibattito sull'omogenitorialità. 

 PARENTELA E GENEALOGIA. L’ipotesi di una famiglia omogenitoriale basata sul legame tra due individui dello stesso sesso, dove uno farebbe “da padre” e l’altro “da madre”, nega di fatto lo statuto di madre e di padre. E’ una negazione anatomica, biologica, culturale, antropologica, ma soprattutto simbolica. Tutto ciò non va senza conseguenze psichiche per il figlio o la figlia: vacilla la costruzione dell’identità sessuale, della differenza tra i sessi, del mito delle origini. Risulta scardinata la struttura della parentela, della genealogia, della filiazione, della trasmissione da una generazione all’altra: temi, quest'ultimi, che nell'attuale pseudo dibattito spariscono. 

L’IDENTITA’ DIFFERENTE. Da qualche anno, grazie alla visione gender, si parla sempre più di “funzione genitoriale” per giustificare l’idea che chiunque può esercitare una funzione genitoriale, quindi anche coppie gay o lesbiche. E’ importante ricordare, invece, che è un elemento psichico strutturale il fatto che i figli possano crescere “immersi” nel duplice riferimento maschile e femminile rappresentato da un padre e da una madre. La differenza del loro statuto costituisce la garanzia simbolica che il figlio potrà crescere affermando a sua volta la differenza della propria individualità soggettiva. Ciò è fondamentale. Se così non fosse, il figlio rischia una sorta di collassamento identitario, rischia di incarnare, replicandolo, il desiderio dei genitori.  L'attuale disagio giovanile è un'avvisaglia di questo collassamento e di un disorientamento identitario della società del benessere governata dal principio secondo cui "tutto è permesso". 

FILIAZIONE. Il concetto di filiazione, contrariamente a quello di riproduzione, è il dispositivo simbolico, sociale e individuale che presiede al progetto di fare un figlio.     La  modalità biotecnologica scompone il concetto di filiazione frammentando funzioni e statuti: nega la funzione paterna, svilisce il corpo della donna, riduce lo statuto materno a funzione riproduttiva. Un certo uso ideologico delle biotecnologie rischia di disintegrare l’edificio simbolico della filiazione. Quest’ultimo garantisce una permutazione dei posti simbolici (di padre in figlio) permettendo la possibilità che una società possa progettare il proprio futuro, cosa non del tutto evidente in questi tempi. Oggi vi sono coloro che, in nome del modernismo, pretendono che la maternità venga deistituzionalizzata e la filiazione rimpiazzata dal contratto. Costoro non si accorgono che sostengono il progetto biopolitico promosso dalle biotecnologie.
IL FIGLIO IN QUANTO TERZO. C’è un’evidenza inconfutabile che sembra sparire nel polverone dei dibattiti sui diritti gay: formalizzare o meno una relazione amorosa tra due individui adulti è un conto. Tutt’altra cosa quando entra in gioco il destino di un minore o di un nascituro, come nel caso dell’adozione omogenitoriale o della fecondazione eterologa.  Qui la faccenda compie logicamente un salto radicale perché è introdotto un terzo. Infatti ne va del destino di un essere vivente che è collocato in uno status simbolico e giuridico di serie A o di serie B. Dobbiamo chiederci: tutto ciò non è forse un atto che rischia di essere razzista? Il diritto non dovrebbe garantire uguaglianza e pari opportunità per ciascuno? Siamo dinanzi a un progetto eugenetico?
L’AMORE. Nel corso della formazione psichica di un individuo è fondante la storia familiare, la sua narrazione e la sua narrabilità: la vicenda dell’origine, il riferimento a una genealogia, la strutturazione di un’identità che affonda le radici nell’incontro tra un uomo e una donna. Nel caso di una coppia gay, che ha cercato di “avere” a tutti i costi un bambino, il tema dell’origine rimane ingarbugliata in una dissipazione simbolica in cui posti e funzioni risultano confusi. Pur di nascondere questa evidenza viene detto che se c’è amore c’è tutto. Love is Love, si dice. Niente di più demagogico. Il nodo è che l’amore, in qualunque caso, è una condizione indispensabile ma non sufficiente per istituire il figlio. Occorre ben altro. E poi: che cosa intendiamo per amore, parola lastricata da molti trabocchetti? Eros, agape, filia o che altro? 

LA SESSUAZIONE. Se viene meno la possibilità, per un bambino o per una bambina, di trovarsi in un processo di identificazione con il genitore dello stesso sesso, le conseguenze psichiche sono serie. Sarebbe compromesso il processo di sessuazione che è la via attraverso cui un soggetto, nel corso di quasi due decenni della sua vita, dalla nascita all’adolescenza, approda alla propria identità sessuale. Far crescere un bambino nell’omogenitorialità significa sottoporlo a un lavoro psichico immane rispetto all’acquisizione della sua identità sessuale e più in generale rispetto alla sua soggettività esposta facilmente a una deriva identitaria. I sostenitori dell'omogenitorialità in nome dell'amore non intendono la differenza tra bambino e figlio. Per loro basta l'amore.  

giovedì 14 gennaio 2016

SULL'ADOZIONE, SUL FIGLIO E I DIRITTI. Di Giancarlo Ricci

 Pubblichiamo la prima parte della voce adozione tratta dal libro di G. Ricci Sessualità e politica.Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco, 2016). 
Articolato in sessanta voci come in un dizionario, il libro ripercorre i temi essenziali che attraversano oggi la sessualità e la politica: la <<cosa sessuale>> e la <<cosa pubblica>>, l’individuo e la società, la libertà del soggetto e il <<bene comune>>, il privato e il pubblico.  
                                                                                           
Tre sono le modalità con cui una coppia sterile può <<ottenere>> un bambino: la via dell’adozione, della procreazione medicalmente assistita (PMA) e della fecondazione eterologa. Qui le questioni e la parole si complicano immediatamente. Come definire <<una coppia>>? E perché non parlare di un single ? Si tratterebbe di avere un bambino o di fare un figlio? In nome di quale amore? Siamo sicuri che stiamo parlando ancora di famiglia ? 


Ecco tutti nodi venire al pettine. In realtà due sono i pettini. Il primo pettine riguarda l’avere un Bambino che comunque rimane un desiderio di avere. In questo avere, il posto del Bambino rischia di essere quello delloggetto, delloggetto desiderato. Se poi è desiderato forsennatamente per colmare una mancanza, povero bambino. Il secondo pettine chiama in causa il dispositivo  simbolico della filiazione dove qualcuno, il Figlio, è chiamato a esistere e ad conquistare un posto nel mondo in quanto ha la facoltà di  soggettivizzare ciò che ha ricevuto (debito simbolico) e di trasmetterlo a modo suo.  
La distinzione, così netta, tra Bambino e Figlio ci permette subito di situare, nel complesso campo dell’adozione, due versanti: da una parte il desiderio degli adottanti, dall’altra il destino dell’adottato. In che modo desiderio e destino si stringono nello stesso nodo o si sciolgono separandosi? La loro dialettica implica una dimensione giuridica, etica, sociale, soggettiva. 


Il nostro tempo, trafficato da <<diritti insaziabili>>, predilige il punto di vista dei genitori e della loro volontà. Il sano concetto giuridico relativo alle <<condizioni di adottabilità>>, poste a protezione e a tutela del minore, passa ormai in secondo piano. Sembra svanita la condizione secondo cui il minore adottabile debba essere <<in stato di abbandono>>. In altri termini prevale un generico diritto all’adozione sul diritto dell’adottato, spesso relegato nella zona grigia di un destino sfortunato. Notiamo di sfuggita, a proposito dell’adozione ma ugualmente per alcune pratiche di fecondazione, che in nessun sistema giuridico è mai esistito, per una donna, il diritto di avere un figlio.

La <<coppia adottante>> giuridicamente deve corrispondere ad alcuni requisiti, anche psicologici. Il nodo infatti riguarda lo scenario psichico in cui il tema della maternità e della paternità prendono consistenza e determinazione. Qui le cose si complicano perché sullo sfondo sono spesso silenziosamente all’opera, da parte sia dell’uomo sia della donna, alcuni fantasmi inconsci che alcuni studiosi situano a livello transgenerazionale. Questi fantasmi chiamano in causa molti aspetti, sia sul versante biologico (sterilità) sia sul versante simbolico (infertilità). 
Il complesso istituto delladozione, in un certo senso, assicura il superamento di questo impossibile (biologico e/o simbolico). Questione quanto mai complessa  perché chiama in causa la relazione stessa tra un uomo e una donna. Il termine amore, spesso evocato dai media come protagonista indiscusso e univoco della vocazione adottiva, è intriso di altre questioni.  
Si tratterebbe ulteriormente di distinguere, tra i due componenti della coppia, come funziona il desiderio di adozione. Il desiderio di una donna ad avere a tutti i costi un Bambino può radicarsi in una sua questione psichica problematica. E ugualmente il desiderio di paternità per un uomo può risalire ad una sua vicenda antica, alla trasmissione del nome o a una particolare idea di <<immortalità>>. In entrambi i casi aleggia l’ombra della genealogia, della discendenza, della trasmissione.  

Sul lato del figlio adottato non si può minimizzare un elemento strutturale e cioè la non coincidenza tra la dimensione  <<biologica>> e quella <<simbolica>>. Il figlio adottato, in quanto accolto e dunque desiderato dai genitori, è un figlio <<simbolico>> ma non <<biologico>>; non c’è un legame <<di sangue>>. Lasciamo da parte la complessità di queste due dimensioni che assumono valenze culturali, sociali, giuridiche e antropologiche diversissime. 
La non sovrapposizione tra il <<biologico>> e il <<simbolico>>, da sempre questione infinita, pone di fatto per il figlio adottivo alcune tematiche psicologiche e psichiche di rilievo: il romanzo familiare delle proprie origini, il tema del rifiuto, il nodo della paternità e del nome, l’istanza dell’ascendenza e della discendenza (il da dove vengo). In particolare da parte del figlio adottivo rimarrà lo sforzo di intendere, nella storia in cui si è trovato a nascere, la natura dell’impossibilità dei propri genitori naturali ad essersi occupato di lui. Impossibilità, rifiuto o che altro?  Questa barratura così equivoca e ambivalente, oltretutto raccontata quasi sempre da altri, impegna il soggetto in un lavoro psichico impegnativo e difficile. In sintesi: per diventare Figlio dalla posizione di adottato, occorre un doppio giro. In un certo senso l’attraversamento di una doppia perdita e di un doppio lavoro del lutto. 

Altra implicazione: la questione del debito. Nell’adozione anche il debito simbolico, in un certo senso, si raddoppia, talvolta fino a diventare insopportabile. È facile che esso sia avvertito nei confronti dei genitori reali, gli adottanti. Spesso il debito è facile sia pensato come debito reale, ben lontano dall’assumere una valenza simbolica. In altri termini: il figlio adottato è ancor più spinto a confrontarsi con una restituzione ritenuta impossibile. Alcune volte questa impossibilità è paralizzante o labirintica. In termini clinici, la vicenda può assumere una portata drammatica dai contorni distruttivi. Un enunciato potrebbe essere: <<restituisco (dissipo, dilapido, azzero) il dono della vita per restituire il rifiuto che ho ricevuto>>.