mercoledì 29 gennaio 2020

GLI STUDI SULL'ODIO. Paradossi, parodie e caricature


Pubblichiamo di seguito uno "studio" americano presentato 
sulla rivista MICROMEGA dal prof. VINCENZO ROMANIA
che insegna Sociologia all'Università di Padova.


 La caratteristica di questa ricerca è che si tratta di una burla organizzata da tre docenti universitari per dimostrare i punti deboli e critici di quelle correnti, così alla moda nelle Università americane, che si dedicano ai cosiddetti grievance studies così come ai queer studies, gender studies o sexual studies.
Così le punte più avanzate del politicamente corretto si fanno
strada per affermarsi come verità ultime nelle scienze sociali.

Del resto nel nostro paese l'enfasi mediatica, generica e indifferenziata, con cui si celebra la condanna dell'odio, di
qualsiasi odio, meriterebbe diverse riflessioni. L'equivalenza tra odio e razzismo, tra odio e nientificazione dell'altro, tra odio e massacro rischiano alcuni malintesi.

L'assenza di distinzioni e di differenze nel concetto stesso di odio mostra il volto dell'esecrazione e del pensiero unico.



Il rancore e il valore: dai grievance studies all’epistemologia delle scienze sociali


di VINCENZO ROMANIA

La burla di Lindsay, Boghossian e Pluckrose ai danni dei cosiddetti “grievance studies”, gli studi del rancore (queer theory, gender studies, sexual studies) ha avuto successo, ma i suoi risultati non dimostrano quanto pensano gli autori, bensì l'odierna mercificazione del sapere scientifico e la conseguente destituzione della scienza quale sapere critico legittimato.

Il caso

Nell’agosto 2017, tre ‘accademici impegnati’ come si autodefiniscono James Lindsay, Peter Boghossian ed Helen Pluckrose [1] danno vita a un esperimento di hoaxing, ovvero una burla intenzionale volta a colpire l’autorità e la reputazione di chi ne è vittima. In particolare, se la prendono con quelli che definiscono “gli studi del rancore” (grievance studies), egida stigmatizzante sotto cui riuniscono approcci e oggetti di studio diversi quali: il femminismo, la queer theory, i gender studies, i sexual studies, oltre a interi campi disciplinari: la sociologia e l’antropologia.

La burla consiste in questo. In poco meno di dieci mesi redigono venti articoli scientifici volutamente viziati da basi dati inventate, tesi bizzarre e più che discutibili principi etici. Quindi, li sottopongono, usando degli pseudonimi, a una serie di riviste scientifiche dei settori presi di mira. Gli autori le definiscono come “riviste di alto rango”, ma si tratta in gran parte di riviste interdisciplinari, con una reputazione internazionale in quasi tutti i casi medio-bassa [2]. Scopo dichiarato dell’esperimento è dimostrare come in certi settori “il sapere si basi meno sulla ricerca della verità e più sulla riconferma del rancore sociale, fermamente stabilito, se non del tutto dominante”. L’attacco è diretto a ciò che viene descritto come un sapere critico che, nel fideistico tentativo di invertire i rapporti di potere vigenti nelle società occidentali, finirebbe per “bullizzare studenti, amministratori e altri dipartimenti, costringendoli ad aderire alla loro visione del mondo”. Gli autori affermano che gli studi del rancore stiano anzi “corrompendo la ricerca accademica”, ove una “sana e aperta conversazione su temi identitari quali genere, razza e sessualità (e sul sapere che gravita attorno a essi) è [diventata] pressoché impossibile”.

Prima che l’intero esperimento giunga al termine, nel luglio 2018 il progetto s’interrompe. Su twitter, Real Peer Review segnala ironicamente la pubblicazione dell’articolo “Human Reactions to Rape Culture and Queer Performativity in Urban Dog Parks in Portland, Oregon”, sulla rivista Gender, Place and Culture. Fallito il controllo a posteriori sulla falsa identità dell’autrice (Helen Wilson), la rivista ritira l’articolo. 

L’evento ha un grande risonanza nell’opinione pubblica americana. Se ne occupa anche il Wall Street Journal, che vi dedica un eloquente editoriale intitolato “Le fake news sbarcano nell’accademia” [3]. A questo punto Boghossian, Lindsay e Pluckrose iniziano a raccogliere le loro idee e a pubblicare un lungo articolo sul magazine Areo che presenta estensivamente i risultati della loro sperimentazione e da cui traggo gran parte delle citazioni contenute in questo articolo.

Ad oggi, quattro dei venti articoli sottoposti a riviste scientifiche son già stati pubblicati, tre son stati accettati ma non ancora pubblicati; altri sette sarebbero, secondo gli autori, in una situazione di “revise and resubmit” e soltanto sei sarebbero stati bocciati perché “fatalmente imperfetti o irrecuperabili”. Degli altri sette articoli sotto revisione, almeno tre sarebbero ‘certamente pubblicabili’ e un altro paio in attesa di una decisione da parte dell’editor. Altre valutazioni sembrerebbero invece smentire tale previsione [4] e limitare il successo dell’esperimento ai soli sette articoli già pubblicati o in via di pubblicazione.

Di seguito, presenterò il contenuto degli articoli pubblicati o accettati, discuterò della fondatezza delle accuse e dei loro risvolti pragmatici e userò il caso per dibattere, brevemente, della svolta capitalistica del sapere accademico e del rapporto fra scienze sociali e valori, a partire da un recente articolo di Andrew Abbott [5].

Il contenuto degli articoli

Una volta esploso il caso, come era ovvio che fosse, tutte le riviste hanno ritirato gli articoli prodotti nell’esperimento. Ciò nonostante, è fondamentale comprendere il contenuto per ricostruire le premesse della burla orchestrata da Boghossian, Lindsay e Pluckrose.

Il primo articolo pubblicato è il già citato “Human Reactions to Rape Culture and Queer Performativity in Urban Dog Parks in Portland, Oregon” [6]. Ivi gli autori sostengono la tesi bizzarra che i parchi canini rappresentino degli spazi di espressione di una cultura maschilista (canina e umana) e che il diverso peso dato dai padroni agli “stupri” omosessuali fra cani, rispetto agli omologhi eterosessuali, dimostrerebbe il peso di alcuni bias omofobi e misogini diffusi nella società americana. La metodologia utilizzata è quella dell’etnografia.

“Going in Through the Back Door: Challenging Straight Male Homohysteria and Transphobia through Receptive Penetrative Sex Toy Use” [7] sostiene la tesi che incoraggiare gli uomini eterosessuali a praticare la masturbazione anale possa limitare la loro transfobia e avvicinarli ai valori femministi.

“Who Are They to Judge? Overcoming Anthropometry and a Framework for Fat Bodybuilding” [8] sostiene la tesi che anche il corpo obeso possa essere considerato legittimamente e al pari di un corpo muscoloso, un esempio di body-building.

“An Ethnography of Breastaurant Masculinity” [9], sostiene che le dinamiche di oggettivazione del corpo femminile messe in atto dai frequentatori di questa sorta di topless restaurants possano problematizzare l’attrazione eterosessuale degli uomini verso le donne. Il target metodologico è ancora l’etnografia.


Fra gli altri esperimenti di articoli accettati ma non pubblicati il più significativo è “Our Struggle is My Struggle”, accettato da Affilia, rivista femminista del settore del servizio sociale, a nome di Maria Gomez (pseudonimo). In questo caso, gli autori hanno usato 3600 parole di un capitolo del Mein Kampf di Hitler, rincorniciandole secondo una prospettiva intersectional per avvalorare la tesi che il femminismo sia una lotta collettiva, più che individuale.

Fra gli articoli dichiarati dagli autori come ancora in fase di accettazione, invece, il più significativo è “Progressive Stack” proposto al giornale femminista Hypatia [10]. L’assurdità in tal caso è etica: si suggerisce, in un’ottica di riparazione dei privilegi razziali e di genere, di costringere gli studenti bianchi del college a restare incatenati per terra in silenzio durante l’orario di lezione, per far percepire loro cosa voglia dire essere schiavi.

La tesi

L’esperimento è interessante in sé poiché svela su larga scala gli effetti deleteri di certi meccanismi di produzione industrializzata del sapere scientifico. Tuttavia, gli autori giungono a delle conclusioni che sono a nostro avviso contraddistinte da sostanziali aporie logiche, politiche ed etiche, che andremo a discutere di seguito. “Il problema – sostengono – è epistemologico, politico, ideologico ed etico e sta corrompendo profondamente il sapere delle scienze umane e sociali. Al centro del problema è ciò che è formalmente detto “costruttivismo critico”, i suoi più egregi studiosi son chiamati a volte “costruttivisti radicali”. Tuttavia, Boghossian, Lindsay e Pluckrose definiscono tale approccio in modo anodino e scarsamente delimitato. Intendono per costruttivismo critico tutta quella produzione di sapere teorico ed empirico che propone una critica esplicita alle forme di costruzione sociale della realtà, ovvero quella epistemologia delle scienze umane e sociali che mira a smantellare le categorie di senso comune che informano il sapere scientifico e a svelare il carattere artefatto dei significati condivisi nelle nostre società. Sotto tale ombrello, in effetti, potrebbero ricadere moltissime differenti correnti: la teoria discorsiva foucaultiana, la critica alla vita quotidiana di Lefebvre, la filosofia dell’homo sacer di Agamben, la queer theory di Judith Butler, i post-colonial studies, gli approcci costruzionisti allo studio della scienza e per esteso il costruzionismo sociale di Berger e Luckman e quello interazionista di Kellner e Kellner. Oltre a molti altri approcci e volgarizzazioni dei precedenti.

mercoledì 16 ottobre 2019

OMOGENITORIALITA': IDEOLOGIA, PRATICHE, INTERROGATIVI


Pubblichiamo a proposito del libro dello psicoanalista
SECONDO GIACOBBI
,
Omogenitorialità. ideologia, pratiche, interrogativi
(Mimesis 2019),
la recensione di RITA CORSA apparsa
sul sito SPIweb che ringraziamo.
 



Un paio d’anni fa, mi è capitato di subire un attacco frontale da parte di un esponente delle associazioni LGBT, perché sul bel dossier, Maternità surrogate, curato da Silvia Vessella per “SPIweb” (2016), avevo osato problematizzare la delicata questione della surrogacy. Sia ben chiaro, non avevo scoccato  alcuno strale contro tale pratica, ma avevo semplicemente rilevato che, in quest’età caratterizzata dall’affermazione totalitaria di τέχνη, le biotecnologie estreme consentono di non porre più dei limiti al desiderio, che diventa subito gesto, traducendo la fantasia in atto. Tale movimento provocherebbe, invero, un impoverimento del registro simbolico del pensiero, che si appiattirebbe sul reale. E aggiunsi che “l’utero della donna con la sua funzione riproduttiva è, forse, l’organo” che sta patendo la più profonda e brutale metamorfosi, anche sul piano simbolico. “Le strabilianti acquisizioni della genetica riproduttiva e della chirurgia ostetrico-ginecologica stanno rivoluzionando il concetto di maternità, di paternità e di genitorialità”. Apriti cielo!


Il libro di Giacobbi che vado qui a recensire propone delle riflessioni assolutamente non allineate sul tema dell’omogenitorialità, fatto che mi ha subito catturato, perché penso che le idee vadano scambiate in una dimensione dialettica, e non trattate come dogmi ideologici inscalfibili. Pure Paola Marion, nel suo recentissimo Il disagio del desiderio (2017), segnala che “negli ultimi decenni abbiamo assistito alla modificazione di un vincolo, quello tra sessualità e procreatività, che si era mantenuto nel corso di tutta la storia umana” (2017, p. 16). Le straordinarie conquiste delle biotecnologie hanno introdotto delle modificazioni radicali nel campo della procreazione e della genitorialità, con delle ricadute ancora non chiare sull’identità personale e sessuale, sulla sfera del desiderio e sull’idea stessa di piacere. 

Per Giacobbi, il tema dell’omogenitorialità attraversa una serie di

questioni nodali, tra cui quella, annosa, del rapporto tra natura e cultura, che per alcuni studiosi è un tema ormai obsoleto, in quanto superato dal meticciato uomo/macchina, che sta conducendo ineludibilmente alla graduale supremazia dell’ibrido transumano (Haraway, 1991). Giacobbi rimarca che la problematica tecnologica si intreccia intimante con l’etica, ma anche con la dimensione del desiderio, con i bisogni e i diritti, con le funzioni genitoriali e le sempre più incerte differenze tra i corpi (femminile e maschile). L’autore si chiede quali siano gli assetti mentali, le strutture inconsce della mente, e le modalità relazionali che caratterizzano da un lato la famiglia tradizionale e, dall’altro, le “nuove famiglie”. Egli sviluppa il suo discorso mantenendo fisso, a mo’ di stella polare, l’assunto che il bisogno da difendere è, innanzitutto, quello del bambino. Rimandando a un articolo di Silvia Vegetti Finzi  (uscito nel 2013 sulle pagine del Corriere della Sera), Giacobbi sostiene che non si può parlare di alcun diritto alla genitorialità, ma che semmai “il solo diritto è quello del bambino” (p. 8). 

Affrontando tali attualissimi argomenti, l’A. pone una serie di domande più direttamente inerenti la dimensione clinica, indicando delle ricerche che comproverebbero possibili danni nello sviluppo dei figli di genitori omosessuali, di contro ad altre che li escludono. Il materiale scientifico è esaminato con rigore ed equidistanza, e si distingue per il prevalere di una riflessione posata ed equilibrata, invece di scadere, come di frequente accade, in una sterile conflittualità ideologica. Ben sappiamo che le varie guerre di religione ancora in corso sulla composita faccenda dell’omogenitorialità insanguinano il pensiero scientifico e inibiscono una spassionata disamina specialistica. Mi viene in mente un folgorante lavoro di Bersani e Iannitelli – puntualmente citato da Giacobbi nel suo saggio – in cui i due studiosi invitano la comunità scientifica a non trattare ideologicamente il problema dell’omogenitorialità e avanzano degli interrogativi cruciali, che lasciano volutamente aperti. Tra i tanti, spicca uno che sembra far eco alle idee di Giacobbi: “È possibile misconoscere che il bambino è un ‘soggetto’ di questo diritto, prima, o invece, che un ‘oggetto’ del diritto di una coppia di allevare un figlio?” E concludono che, a fronte di una assai scarna letteratura “(...), il dato più eclatante appare quello di come l’assenza di riflessione critica, ampiamente diffusa nell’opinione pubblica, soprattutto sotto l’influenza dei media e della classe politica, sia largamente estesa in ambito psichiatrico, psicologico e neuropsichiatrico infantile, dove la competenza dei professionisti dovrebbe invece maggiormente stimolare interrogativi sulle conseguenze del fenomeno, almeno potenziali o comunque meritevoli di essere approfondite ed eventualmente escluse” (Bersani e Iannitelli, 2015, p. 2).

Il volume di Giacobbi ha certamente il merito di tentare di dipanare l’intricata faccenda da diverse prospettive, tenendosi ben lontano da posizioni che, ad esempio, vogliano riproporre una concezione patologica dell’omosessualità. Non mancano pagine di natura più propriamente giuridica, che servono a collocare la materia nell’ambito delle regole della convivenza sociale. Alcuni capitoli sono dedicati proprio a scongiurare qualsivoglia pregiudizio clinico, sociale e politico sull’omosessualità, concepita come una naturale manifestazione della sessualità individuale rivolta verso l’Altro, oggetto vivente. 

Giacobbi, tuttavia, ritiene che “lo studio delle sessualità legate al genere e all’orientamento sessuale debba continuare a rappresentare un ambito privilegiato, non solo della ricerca, ma anche e soprattutto della clinica”. Quindi, per lui “(...) si può ipotizzare che esiste una ‘sessualità femminile’ ed una ‘sessualità maschile’ e, allo stesso modo, una sessualità omosessuale femminile e una sessualità omosessuale maschile” (p. 18). Insomma, l’identità di genere è un principio che va ancora fermamente considerato. Le osservazioni di Giacobbi sono supportate da una ricca letteratura freudiana e post-freudiana e argomentate con chiarezza e linearità. Una sorta di strato roccioso, che però la nuova tecnologia medico-chirurgica sta progressivamente smantellando, rendendo la cornice metapsicologica sinora adottata sempre più insufficiente e inadeguata. Per Chasseguet-Smirgel, infatti, “la plasmabilità corporea” promossa dalla biotecnologia sta producendo una “rivolta contro l’ordine biologico”, che sconquassa anche “l’ordine del pensiero psicoanalitico”, in passato saldamente connesso all’epifania somatica (2003, pp. 12-16). 

Un esempio illuminante della drammatica aporia tra le
Picasso, Il Minotauro e le metamorfosi
teorizzazioni sull’identità di genere e le turbolente trasformazioni della sessualità nel nostro tempo è rappresentato dagli ultimi pronunciamenti giuridici relativi al cambiamento anagrafico di sesso. Finora il riconoscimento anagrafico della variazione del nome in rapporto al mutamento di genere doveva basarsi su riscontri clinici, che prevedevano una modificazione anche anatomica e morfologica degli organi genitali (D. Lgs 150/2011). Già nel 2015 la Corte di Cassazione (sentenza n. 15138 del 20 luglio) ha introdotto la possibilità di chiedere il cambiamento anagrafico di sesso pure in assenza di interventi chirurgici. In linea con tale pronunzia della Suprema Corte, nel marzo 2018 il Tribunale di Messina ha ribadito questo diritto del soggetto, motivandolo con la considerazione che: “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è, anche in mancanza dell’intervento di demolizione chirurgica, il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale”. Giacobbi si domanda se sia realistico e saggio far consistere l’appartenenza di genere in un puro stato mentale dichiarativo e disconnesso dal dato corporeo, per quanto trasformato e ridisegnato da interventi ormonali e chirurgici.


Quale deve essere il passaggio che porta dal desiderio al diritto? L’A. non ha ovviamente una risposta assodata, ma il suo pamphlet qualche spunto ce lo offre. In certi passaggi egli si appoggia ad alcuni noti e ben consolidati concetti che, nel contesto in studio, sembrano però contenere una carica quasi eversiva. Egli dichiara che “la psicoanalisi ha creduto e crede ancora (...) che l’inconscio abbia in parte uno statuto filogenetico e quindi sia stabilizzato e radicato profondamente in noi, al di là degli aspetti coscienti del funzionamento, degli atteggiamenti e orientamenti della mente conscia, possibile invece di trasformazioni anche rapide”. Ciò induce a “rifiutare il riduzionismo antibiologico di cui una forma sottilmente edulcorata asserisce che è la cultura ad essere la ‘natura’ dell’uomo ed è grazie a tale ‘natura’ che l’uomo sopperisce a quella carenzialità e indefinitezza che lo caratterizzano” (p. 30). Eterno sogno di oltrepassarsi, di diventare altro da sé, sogno che, in forme diverse, da Icaro a Nietzsche, è abitato pur sempre dall’incubo della caducità dell’umano. 

Nei capitoli centrali, Giacobbi esamina le ricadute etiche del dominio della tecnica, di un Prometeo irresistibilmente scatenato, e rammenta al lettore la necessità di rinnovare quel principio di responsabilità di Jones (1979), che si basa non sul soddisfacimento immediato del desiderio – sulla “totemizzazione del desiderio”, valutato come bisogno incontestabile e come diritto da garantire sempre e comunque -, bensì “sulla valutazione delle conseguenze possibili, anche nel lungo periodo, delle azioni” (p. 35). 
Un principio di responsabilità che deve guidare anche le funzioni genitoriali, da lui “considerate intrinsecamente e sinergicamente differenziate, anche indipendentemente dal loro ancoraggio nel corpo” (p. 46). Seguendo i paradigmi di Fornari, Giacobbi torna a indagare i codici materni e quelli paterni, e poi si sofferma sulle fasi pre-edipiche della coppia madre/bambino. L’enigma della vita, sempre più spogliato di mistero, si intesse ambiguamente con i segreti delle origini, che entrano vieppiù in una logica di mercato: “ci troviamo di fronte a una compravendita che riguarda sia parti del corpo (sperma, ovulo, utero), sia l’espletamento di una funzione, che, nel caso dell’utero in affitto, prevede nove mesi di gestazione e il parto, dal quale nasce al mondo un bambino su cui la cosiddetta madre biologica rinuncia, per contratto, a rivendicare i diritti di maternità” (p. 77). La retorica del “dono” addolcirebbe l’esperienza, mentre quella dell’“amore” attenuerebbe la traumaticità per l’oggetto terzo, il bambino. 

Il linguaggio di Giacobbi è misurato e ben documentato; il tono pacato, ma fermo. Si tratta senz’altro di una voce fuori dal coro. Una voce autorevole che porta pensiero. Un pensiero coraggioso disposto al confronto. Con acume e garbo. 

Note bibliografiche

BERSANI G., IANNITELLI A. (2015). Omogenitorialità: esiste la necessità di una riflessione degli esperti della salute mentale? Riv. Psichiatr., 50 (1), 1-2. 
CHASSEGUET-SMIRGEL J., Il corpo come specchio del mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2005]. 
CORSA R. (2016). “Corpi mutanti”. In: Vessella S. (a cura di), Maternità surrogate. Dossier SPIweb, https://www.spiweb.it/dossier/maternita-surrogate/corpi- mutanti/ (https://www.spiweb.it/libri/psychoanalysis-today/)
HARAWAY D. (1983-1991). “A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century”. Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, Routledge, London/New York, 1991 [Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano, 1995]. 
JONES H. (1979). Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. Einaudi, Torino. 
MARION P. (2017). Il disagio del desiderio. Sessualità e procreazione nel tempo delle biotecnologie. Roma, Donzelli. 
VEGETTI FINZI S. (2013). “Freud e il senso della divisione dei ruoli”. Corriere della Sera, 2 gennaio 2013. 


martedì 28 maggio 2019

IL CASO RICCI

Testo del Comunicato Stampa a firma del Collegio della Difesa (Avv. Davide Fortunato e Valeria Gerla) a proposito della Delibera di Archiviazione dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia 






COMUNICATO STAMPA
Sul caso Ricci


Il 17 gennaio 2019 si è riunita la Camera di Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia per pronunciarsi sul procedimento disciplinare nei confronti del dott. Giancarlo Ricci e relativo ad alcune affermazioni pronunciate nel corso di una trasmissione televisiva del 2016. Solo dopo oltre tre anni di udienze il Consiglio, in ragione di 7 Consiglieri favorevoli e 7 contrari, ha deciso per l’archiviazione del procedimento.
Un esito che è frutto anche dell’intenso lavoro del collegio difensivo e che, per amore di verità, merita alcune considerazioni. Per oltre tre anni, dinanzi alla comunità scientifica, ai colleghi, al mondo istituzionale, il dott. Ricci è stato considerato come l’”incolpato”, termine usato nella Delibera iniziale. Tale situazione ha costretto il dott. Ricci a rimandare - e spesso annullare - varie attività pubbliche.

Riteniamo utile ripercorrere velocemente, qui di seguito, alcuni momenti significativi di questo lungo processo.


 


Oltre al contenuto delle dichiarazioni rese nell’ambito della trasmissione televisiva nel gennaio 2016, il Consiglio, in ragione delle difese svolte, ha potuto esaminare vari documenti, dépliant, scambi di mail, estratti di verbali di altri procedimenti, post di Facebook e altri estratti pubblicati in rete. Sono stati prodotti documenti che, a parere del Collegio difensivo, avrebbero dovuto condurre alla ricusazione di due Consiglieri. Per due volte, il Consiglio ha ritenuto che la documentata “profonda inimicizia” di due consiglieri nei confronti del dott. Ricci non giustificasse la richiesta di ricusazione. Le argomentazioni fornite in punto dal Consiglio appaiono deboli ed ellittiche di riferimenti alla ampia documentazione prodotta. Nel corso del procedimento si è dovuto, tra l’altro, prendere atto della volontà di un testimone di non rispondere ad alcune domande della Difesa.
Leggendo la Delibera di archiviazione rileviamo, nella descrizione delle motivazioni, alcuni punti che meritano alcune precisazioni.
Nella descrizione dello svolgimento del procedimento, in primo luogo, non si fa menzione del fatto che il dott. Ricci ha puntualmente ed esaurientemente replicato alle tre accuse principali, ovvero, nella estrapolazione delle affermazioni rese nel brevi interventi nel corso della trasmissione, ha fornito un chiarimento sul dott. Nicolosi, (“quello è stato detto su Nicolosi è del tutto arbitrario”), ha precisato una opinione scientificamente documentabile (“la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”) ed ha offerto un commento personale con riguardo ad un tema di attualità (“nell’ideologia gender (…) l’omosessualità viene equiparata a una sessualità naturale, all’eterosessualità”). Sul primo aspetto è stata documentata, mediante comunicazione proveniente dal competente organo istituzionale statunitense, la bontà di quanto precisato dal dott. Ricci sul prof. Nicolosi: di tale importante elemento, non vi è traccia nel provvedimento.
Nel provvedimento, in contraddizione con l’iniziale impianto accusatorio, si legge: “oggetto del procedimento disciplinare a carico del dott. Ricci non sono eventuali sue posizioni riguardo a temi importanti, bensì il modo in cui egli ha ritenuto, in quanto psicologo, di poter trattare ed esporre tali temi all’utenza”. Ed ancora: “pertanto al dott. Ricci non è mai stato contestato cosa ha trattato, bensì come lo ha trattato; a prescindere dall’argomento, ciò che rileva e rileverà in sede disciplinare sarà come l’iscritto, in quanto psicologo, abbia restituito all’utenza tale argomento in termini di rigore scientifico, correttezza e puntualità”. Dunque da una parte si afferma che “non viene contestato ciò che Ricci afferma”, dall’altra che è “rilevante in sede disciplinare come Ricci ha restituito all’utenza tale argomento in termini di rigore scientifico, correttezza e puntualità”. La contraddizione pare, non solo al Collegio difensivo, evidente.


A fronte delle varie e numerose contestazioni mosse con l’avvio del Procedimento, risulta inspiegabile l’affermazione secondo cui “al dott. Ricci non è mai stato contestato cosa ha trattato, bensì come lo ha trattato”. Ciò nondimeno senza considerare che “ciò che Ricci ha trattato” è frutto di una estrapolazione di circa 3 frammentati ed interrotti minuti in cui l’incolpato è intervenuto su circa 45 minuti complessivi di trasmissione.
I tre minuti presi in esame sono stati, inoltre, nel corso della trasmissione oggetto di continue interruzioni, battute, commenti, sovrapposizioni di altre voci in un clima che rendeva impossibile un’efficace o puntuale replica rispetto agli argomenti posti.
Nel provvedimento di archiviazione si legge: “Pur permanendo irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinari e scenari metodologici a cui le affermazioni del dott. Ricci potrebbero voler fare riferimento e nell’impossibilità in sede disciplinare, di poter affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che tale diretto collegamento vi sia, ritiene questo Consiglio […] che non sono emersi elementi sufficienti per ritenere il dott. Ricci responsabile per gli illeciti contestati” e quindi “ha deciso di archiviare il procedimento disciplinare”.
Da un lato, dunque, il Consiglio chiarisce come non fosse oggetto di procedimento il “cosa”, ma solamente il “come”; dall’altro si legge che il Consiglio nutre “perplessità in ordine a orientamenti dottrinali” dell’incolpato.
Assolto, dunque, per insufficienza di prove?
Parrebbe così. Probabilmente le “irrinunciabili perplessità” dei sette Consiglieri che hanno votato contro l’archiviazione non sono state in grado di affermarsi, non hanno trovato sufficienti appigli per tradursi in una sanzione. Significativo che, nelle ultime righe si legga “il Consiglio ritiene di non poter sanzionare”. La scelta del predicato è, forse, rivelatrice: “poter” invece che il più appropriato “dover” sanzionare.
Rimane la perplessità in ordine al tempo occorso per stabilire che non si può sanzionare il Dott. Ricci per aver espresso un’opinione scientificamente documentata in alcuni frammenti di una trasmissione televisiva.
Così, pertanto, si è concluso il terzo esposto (analogamente a quanto già accaduto nel 2009 e nel 2011). Nel frattempo, nel 2017, 2018 e 2019, il Dott. Ricci ha ricevuto ulteriori tre esposti: una attenzione eccezionale, un vaglio costante del pensiero e dell’attività di un professionista che si limita a dar voce ad un filone non irrilevante del pensiero scientifico in ambito psicologico.
Non può nascondersi che per il Dott. Ricci, così come per qualsiasi altro iscritto all’Ordine, ricevere continui esposti e doverne rispondere ha il sapore di intimidazione.
L’utilizzo di questi procedimenti deontologici sembra, infatti, tradire le ragioni su cui si fondano gli Ordini professionali: più che garantire e tutelare la libertà di espressione, di ricerca e di civile confronto tra i suoi membri, parrebbe si preferisca  procedere a un controllo sulle opinioni ed ad una verifica di conformità del pensiero del professionista al mainstream.
Ricevere ripetutamente degli esposti, alcuni dei quali di scarso contenuto fattuale e giuridico e relativi a fatti risalenti nel tempo, costringe il professionista a spendere tempo ed energie per predisporre una difesa su accuse perlopiù inconsistenti; ad investire legali della tutela dei propri diritti di cittadino e di studioso; a valutare la necessità di sporgere querele per la diffamazione aggravata e la calunnia cui è di continuo sottoposto.
Non si può dimenticare che, qualora il procedimento in questione si fosse concluso con una sanzione disciplinare (l’unica in decenni onorata carriera), un grave danno sarebbe stato arrecato non solo al dott. Ricci, ma anche a tutti i pazienti che a quest’ultimo si affidano.
La durata del procedimento, oltre tre anni come detto, sembra, infatti, ledere anche i pazienti reali (tutt’altro che ipotetici), che in questo lungo periodo di tempo hanno temuto di vedere il loro psicanalista sospeso: essi sono stati forse dimenticati, in nome di una “tutela” per le ignote “vittime potenziali” di alcune frasi estrapolate da 200 frammentati secondi di una trasmissione televisiva.
Si giunge, dunque, al paradosso: nel tentativo di tutelare le fantomatiche vittime di frasi teoricamente discriminatorie, si trascurano gli interessi di un professionista, dei suoi pazienti e, nondimeno, la tutela del libero pensiero.
L’auspicio, a conclusione di questa vicenda, è che la comunità scientifica riscopra il gusto ed il valore del confronto civile e non ceda alla logica dell’aggressione personale per delegittimare l’opinione altrui.
Anche per affrontare queste tematiche, abbiamo voluto organizzare alcuni incontri che raccontino questa vicenda e cerchino di fornire un giudizio interpretativo di quanto accade nel nostro Paese: il primo incontro sarà mercoledì 29 maggio 2019 alle ore 21.00 presso l’Angelicum (in Milano, ingresso Via Renzo Bertoni 7 – Sala San Bernardino).


Milano, 21 maggio 2019
Il Collegio di Difesa (Avv. Davide Fortunato e Avv. Valeria Gerla) 


lunedì 4 marzo 2019

SULLA POST LIBERTA'. Intervista a Giancarlo Ricci

La giornalista Caterina Giojelli ha intervistato G. Ricci sul suo libro "Il tempo della post libertà".
 "Vivere come automi al tempo della libertà coatta”: 
l'intervista è uscita su TEMPI.It il 28.2.19. 



«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero». È un aforisma di Karl Kraus, scrittore e noto polemista viennese, e per Giancarlo Ricci è il più efficace emblema della condizione della libertà al tempo dei “mezzi senza fine”: che ne è della libertà di parola e di pensiero, si è chiesto lo psicanalista quando, anno 2016, si è trovato al centro di una vicenda che ha davvero svelato tutte le idiosincrasie e le ossessioni della società dei nuovi diritti e delle infinite possibilità? 
Da questo interrogativo ha preso le mosse un libro strepitoso, Il tempo della postlibertà. Destino e responsabilità in psicoanalisi (192 pagine, Sugarco edizioni), navicella capace di inoltrarsi in mare aperto, spinta dal vento costante dell’indignazione. Ricci, spiega a tempi.it, è ancora in attesa di sapere l’esito del procedimento disciplinare emesso dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia nei suoi confronti tre anni fa quando, ospite della trasmissione televisiva “Dalla vostra parte”, avrebbe fatto affermazioni che secondo i colleghi «possono realizzare discriminazioni a danno di alcuni soggetti», manifestando «un comportamento contrario al decoro, alla dignità e al corretto esercizio della professione». 

Tempi vi aveva già raccontato come erano andate le cose: nei cinque minuti in tutto in cui ha potuto parlare, Ricci ha affermato che «la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva alla funzione di crescita del figlio». Apriti cielo. Un professionista stimato e conosciuto a Milano, dove esercita da oltre quarant’anni, membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi, esperto di Freud, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Milano, autore di diversi volumi di psicologia e decine di studi specialistici, ha parlato della necessità di mamma e papà, senza usare l’onnicomprensivo e neutrale “genitore”: «In materia di parole l’ideologia va per le spicce. Secondo l’accusa quanto ho detto risulta discriminatorio non solo nei confronti delle coppie omosessuali o delle famiglie arcobaleno ma anche nei confronti di quelle famiglie che si ritrovano senza un padre o senza una madre, sebbene né i primi né i secondi fossero oggetto della mia affermazione. La malafede è evidente, la logica di questo paralogismo è tale che se qualcuno affermasse che “l’uomo per vivere deve mangiare” potrebbe essere accusato di discriminare coloro che non hanno nulla da mangiare – racconta Ricci. L’Ordine degli Psicologi non è un ordine di pensiero: da quando il suo compito è verificare la capacità espressiva e la pertinenza teorica e scientifica dei suoi associati, nonché di esprimere un giudizio in merito? Non solo sono stato trattato come se fossi stato un venditore di pentole capitato per caso in una trasmissione televisiva, ma in questi tre anni mi sono arrivati all’Ordine altri due esposti (con questi sono cinque dal 2009), sottoscritti da simpatizzanti Lgbt ossessionati dalla minuziosa verifica se il sottoscritto pratichi o meno la cosiddetta terapia riparativa (Ricci non la pratica in quanto i riferimenti teorici e clinici sono differenti, ndr). L’ultima udienza sul mio “caso” si è tenuta il 17 gennaio, al termine della quale si sono ritirati per deliberare. Lei li ha più visti ? >>

giovedì 17 gennaio 2019

L'INDIVIDUO UNISEX POSTIDENTITARIO

Pubblichiamo dal libro di DIEGO FUSARO, 
(Rizzoli, 2018) alcuni passi di un paragrafo. 


L’individuo unisex postidentitario 


“Chi cerca l’uguaglianza tra diseguali, 
 cerca una cosa assurda”
 SPINOSA, Trattato politico 


Con una felice espressione dello Hegel di Fede e sapere, potremmo asserire che la nostra è l'epoca dell’ “indifferenza verso il differente”: la tendenza al livellamento planetario e all'omologazione sconfinata sopprimono i differenti e, più in generale, neutralizzano tutto ciò che non è affine al modello unico. 

Nell'orizzonte della neutralizzazione del diritto alle differenze, si inscrive anche l'ideologia planetaria gender, espressione coerente della passione del medesimo, del neutro e dell'indifferenziato propria della mondializzazione. 
Comparso per la prima volta nel 1955 con il sessuologo John Money, il lemma gender allude senza equivoci al fatto che l'individuo è, ab origine,, neutro e, per così dire, asessuato, e si rappresenta liberamente come uomo o come donna, in una riduzione dell'elemento biologico non tanto, come si ripete, a quello culturale, sociale e convenzionale, ma semmai al consumatore solitario e sciolto da ogni vincolo con il genere, con il sesso e con la comunità di appartenenza.
L'antropologia genderistica muove dal falso presupposto
secondo cui gli esseri umani, lungi dal nascere all'interno di famiglie in cui la differenza sessuale è costitutiva, spuntano ed esistono con i funghi evocati da Hobbes nel De cive.
Promettendo la liberazione degli individui e, in verità, promuovendo la loro integrale sussunzione sotto leggi del capitale, la gendercrazia aspira a creare un nuovo modello umano unisex, infinitamente manipolabile, perché privo di un'identità che non sia quella di volta in volta stabilita dalla sfera della circolazione. 

Proteo postmoderno, individuo genderizzato e postidentitario potrà, in astratto, assumere tutte le forme che vorrà darsi, in quanto non più vincolato ad alcuna identità di sesso e di genere: in concreto, assumerà al pari dei liquidi, la forma che di volta in volta il contenitore del turbocapitalismo vorrà imporgli.
Come il falso multiculturalismo, che risolve le culture e ne rioccupa lo spazio vacante con il valore di scambio, la teoria del gender produce il livellamento e la neutralizzazione delle differenze, affinché l'economia possa integralmente impadronirsi del nuovo individuo senza identità. 
L'uomo unisex corrisponde a un puro atto materiale consumatore di merci ed erogatore di forza lavoro flessibile e precaria, ciò che suffraga i versi di Franco Fortini: “Al profitto e al suo volere / tutto l'uomo si tradì”.
[…] La posmodernizzazione, lo abbiamo detto, procede frammentando le identità e lo fa anche nell'ambito del sesso, ricostruendo l’ultima - e apparentemente più solida - barriera identitaria, quella sessuale, mediante la negazione del dimorfismo maschile e femminile.
L’indifferenzialismo sessuale propugnato dell'ideologia genderista si fonda sul falso presupposto in accordo con il quale  la vera giustizia risiede nella conciliazione coatta delle differenze e nella coerente produzione del modello unico indistinto, uniformato, indifferenziato, diversificato solo per il valore di scambio singolarmente disponibile. Ciascuno atomo unisex, originariamente indifferenziato, potrà poi decidere cosa essere in concreto (uomo, donna, tranne tender, eccetera), sul fondamento del suo incondizionato desiderio consumistico.
Come abbiamo visto, il teorema fondativo del genderismo è quello in accordo con il quale “saremmo veramente uguali solo essendo identici; avremmo lo stesso valore assumendo gli stessi ruoli, mentre il riconoscimento delle differenze, anche le più evidenti, perpetuerebbe l’ineguaglianza e l'oppressione".

In tal modo, l'uguaglianza va a coincidere con la neutralizzazione e con l'indistinzione e, insieme, prolifera al ritmo stesso del prosperare della disuguaglianza economica, l'unica che non venga mai messa in discussione, né menzionata, nel quadro del nuovo ordine mondiale, del quale è a tutti gli effetti il fondamento primissimo.
La stessa differenza di sesso di genere tra uomo e donna viene additata come discriminatoria e, conseguentemente, cancellata a favore dell'individuo gender fluid, che liberamente -  pura materia non signata - potrà determinare da sé cosa essere, secondo il proprio capriccio consumistico e il proprio privato desiderare sciolto da ogni legge.
[…] In termini generali, le gender theories insistono sul
fatto che il maschile e il femminile sarebbero un mero costrutto socio culturale e che siffatto costrutto verrebbe da sempre impiegato da una parte (il maschile) per soggiogare dominare l'altra (il femminile). La terapia proposta è, inevitabilmente, la neutralizzazione, l’indifferenziazione neutralizzante.
Più precisamente, secondo l’ortopedizzazione variamente proposta dai gender studies  e dai pedagoghi dell’eroticamente  corretto, la società deve essere sessualmente neutra e unisex e, al tempo stesso, ipersessualizzata: neutra, giacché deve essere annullata la differenza tra il maschile e il femminile, a beneficio del soggetto unisex che si autodetermina secondo il proprio desiderio individualizzato di matrice panconsumistica; ipersessualizzata, perché la desacralizzazione del sesso il suo affrancamento dalla vita etica familiare e dalla sua funzione procreativa lo inseriscono nei circuiti del plusgodimento.




Il cosiddetto “rifiuto degli stereotipi” sempre invocato degli architetti del genderismo e dai pedagoghi dell'ortodossia si rivela esso stesso funzionale alla creazione del nuovo e insindacabile stereotipo dell'individuo neutro genderizzato: che ha appreso a respingere aprioristicamente come “omofobico” e pericolosamente connesso al vecchio “patriarcato” tutto ciò che esuli dal nuovo ordine amoroso. (pp.224 e sgg). 

lunedì 3 dicembre 2018

IL GULAG PER RIEDUCARE GLI "OMOFOBI" ?

 L’intervento I NUOVI GULAG è apparso il 27.9.18 
sulla rivista americana First Things 
(Journal of Religion and public Life).
Autore è Carl R. Trueman  Professor in the Alva J. 
Calderwood School of Arts and Letters at 
Grove City College, Pennsylvania. 

Nell’articolo Trueman sottolinea la crescente intolleranza degli attivisti LGBTQ  verso i loro presunti “nemici”. Il fatto che si raccomandino i gulag per i cosiddetti “omofobi” mostra la radicale politicizzazione degli studi umanistici da un lato, dall’altro conferma il vecchio detto che chi non studia la storia è condannato a ripeterla. 

L’articolo di Trueman è stato segnalato dalla Newsletter della rivista Vita e Pensiero Plus, 30 (che ringraziamo):
Per la versione originale dell’articolo vai a: 
https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/the-new-gulags?utm_source=Newsletter+Vita+e+Pensiero&utm_campaign=ea766aac1b-EMAIL_CAMPAIGN_2018_11_30_03_24&utm_medium=email&utm_term=0_0d38a7d305-ea766aac1b-213108113 


In effetti l'intervento di Trueman commenta un episodio accaduto in precedenza in un'università londinese e ripresa dal giornale The Telegraf, l'11.9.18, 
dal giornalista Patrick Sawer. 
Per leggere l’articolo originale del The Telegraf vai a: 




    As a new teacher at Grove City College, I thought it appropriate to start my upper-level humanities course by informing the students of my broad educational philosophy:

I am over fifty. I no longer care what anyone except my wife thinks about me. That particularly applies to anyone under the age of thirty-five. You should therefore feel free to disagree with me on anything I say because it is virtually impossible to offend me. But I must also add that, old and closed-minded as I am, I have no vested interest in holding an incorrect opinion on anything. Therefore, if you think I am wrong on some issue, be it historical, philosophical, or ethical, then you are under a moral obligation to persuade me to change my mind. But when you do so, please give me an argument, not some emotional plea based on your feelings. After all, if you simply feel I am wrong and I simply feel I am right, we’ll quickly find ourselves at an impasse.

That is my philosophy of education in miniature: I want to teach my students to think, which means the classroom must be a place where I challenge them and where they are free to challenge me. That is the only way true learning can be achieved in an ethical manner. It is not political, in that it privileges neither the right nor the left. It privileges only the common humanity of teacher and student. And yet it seems  such a philosophy is under increasing pressure from the usual suspects. In today’s world, loud voices claim that free inquiry and open discussion are no longer part of the solution to society’s ills; they have become the foundation of the problem.
Take, for example, the latest skirmish in the TERF Wars. At Goldsmiths University in London, LGBTQ activists have not only been waging a campaign to identify and presumably oust any faculty member who refuses to give unconditional support to transgender ideology. They have also suggested that any bigots who disagree should be dispatched to the gulags for re-education. Such silly analogies are common in the world of online polemics; what raises this silliness to the level of malevolent absurdity is that the students, after their proposal was criticized, attempted to justify it by claiming the gulags were compassionate educational institutions.    
The incident reveals catastrophic cultural and historical ignorance. This should not surprise. The humanities have been subject to ruthless politicization and concomitant trivialization over the years. I doubt those recommending the gulags have ever studied them. And I doubt they have taken the time to read Solzhenitsyn’s novella, One Day in the Life of Ivan Denisovich, or his magisterial Gulag Archipelago trilogy. Why would they bother, when their teachers have told them the history that portrays the gulags as morally significant has been constructed by white conservative males—men with a vested interested in rewriting history to disguise their own imperial atrocities?
Notably, this ignorance is closely tied to the wider questions of sex and identity highlighted by this incident. Long before the rise of transgenderism, Philip Rieff pointed to the anti-historical dimension of the sexual revolution, arguing that it depends on overthrowing historical norms of sexual behavior. It can involve specific acts that repudiate history. The example he gave was abortion. In a memorable if rather distasteful passage, he described abortion as a literal flushing away of the sexual act’s historical evidence. Transgenderism embodies this anti-historical tendency in its very repudiation of the body. Caitlyn Jenner is walking evidence of the desire to erase Bruce, just as every transgender person is a denial of the reality of his birth and prior life.
It is not surprising, then, that the transgender activists of Goldsmiths should prefer historical solecisms to Solzhenitsyn. History has only two functions for them: It is either an account of oppression to be overcome, or it is just another plastic body of evidence that can be twisted to fit any particular identity or policy which catches their fancy.
Above all, the incident reveals a different philosophy of education than the one I outlined to my class. It is not surprising that gulags appeal to such radicals because that is what they are trying to turn the university system into. The food might be better, the accommodation more pleasant, and with a three- to four-year sentence, the chances of coming out alive are pretty good. But the purpose is totalitarian: teachers of political orthodoxy cloning themselves through the student body. And that is a very dangerous tendency. 
I noted above that I want to teach my students to think. Others only want to teach their students to think like themselves. That contrast in educational philosophies could make the difference between a free society and one dominated by gulags, whether of the Siberian or university variety.


martedì 5 giugno 2018

SUL SESSANTOTTO. Di Rina Ceppi-Bettosini

In merito al dibattito sul '68, ospitiamo 
la testimonianza di Rina Ceppi-Bettosini uscita il 19 maggio 2018 
su "Il Giornale del popolo" che ringraziamo. 
 Il titolo è: "Liberté, Egalité, Fraternité… Mancava la Verité".






Ero un’adolescente dodicenne quando mi scoprii femminista. Avevo cominciato a sognare cosa avrei fatto da grande. Fin da piccola avevo desiderato studiare da maestra; ora però volevo diventare pilota d’aerei, viaggiare e fare tutte le cose da maschi. Cose semplici, intendiamoci, come non indossare il grembiule nero a scuola, non andare a Messa con il velo in testa, portare i calzoncini corti, giocare a calcio e alle biglie. Invece la tiritera era sempre la stessa: «Le bambine non fanno queste cose!» Ma io le volevo fare! «Non sarai mica una femminista», esclamò qualcuno. Doveva trattarsi di una cosa brutta, trasgressiva, come le parole che finivano con –ista che mio papà, da bravo conservatore, usava per indicare i nemici della religione. Ma se per realizzare i miei sogni di libertà occorreva essere femministe, bene, allora io sarei stata una femminista! 

Sedici anni: i cittadini svizzeri maschi votarono per decidere se concedermi il diritto di voto e di eleggibilità. Il mio spirito femminista lavorava a pieno regime in famiglia, nelle piazze del paese, a scuola. La domenica del 7 febbraio 1971 le urne sfornarono il sospirato sì. Evviva! Finalmente i maschi svizzeri si erano evoluti!
Durante gli anni di Preparatorio alla Magistrale la mia voglia di libertà si alimentava di nuove grandi parole come “Liberté, Egalité, Fraternité” e dello slogan preferito dai miei docenti di sinistra “religione, oppio per il popolo”. Mi ricordo che a religione scrissi un tema, in cui sostenevo convinta che Gesù fosse il più grande comunista di tutti i tempi, in quanto difendeva i poveri, prometteva guai ai ricchi e non faceva differenze fra uomini e donne. Il docente prete mi fece notare delicatamente che Gesù non poteva essere comunista, poiché era un fervente credente, addirittura il Figlio di Dio Padre e il comunismo negava per definizione l’esistenza di Dio. Dettaglio che mi fece riflettere; non riuscivo a concepire un mondo senza Dio. Tuttavia lo slogan marxista faceva presa su noi ragazzi, intenti a scrollarci di dosso vecchie e rigide norme morali, soprattutto in materia sessuale e di abbigliamento. La Chiesa stava perdendo terreno. Si facevano largo idee come “si può essere buoni cristiani anche senza andare a Messa tutte le domeniche e si può pregare e leggere la Bibbia anche da soli, in casa”, per approdare di lì a poco alla convinzione che “si poteva amarsi benissimo anche senza sposarsi in chiesa, anzi, senza sposarsi del tutto”. Strana coincidenza: agli inizi degli anni Settanta fra i miei compagni di scuola entrava in scena la droga, quella vera, non l’oppio di Marx...
Al liceo, durante le nostre contestazioni per una maggiore partecipazione degli allievi alle decisioni della scuola, spuntò una scritta pro diritto all’aborto. “Possibile che si rivendichi il diritto a uccidere?” pensai.
A Zurigo entrai per la prima volta in una libreria per le donne. Vidi una miriade di libri femministi, un concentrato di titoli, forieri di una umanità vagamente inquietante, che poco si conciliava con il “mio” femminismo. Se da un lato simpatizzavo con la letteratura che denunciava le ingiustizie di cui eravamo oggettivamente vittime noi donne, dall’altro ero perplessa di fronte alla radicalità di certe tematiche. Eravamo in pochi a leggere davvero autrici come Simone de Beauvoir e Alice Schwarzer, eppure il loro pensiero influenzava tutti con frasi lapidarie del tipo “donna non si nasce, lo si diventa” oppure “la pancia è mia (e ne faccio ciò che voglio)” e finiva per impegnarci in accese dispute sui contraccettivi, l’aborto, le donne discriminate, l’omosessualità, il libero amore.
Allora non ero consapevole di essere parte di una realtà ancora in embrione, che era però già stata formulata in precedenza da influenti teorici di una battaglia culturale marxista che avrebbe cambiato radicalmente la società. Solo anni più tardi scoprii per esempio che, mentre noi studenti si discuteva ancora di parità fra uomini e donne, di tolleranza verso le persone omosessuali e di maggiore comprensione per le donne che in certi casi particolarmente difficili sceglievano di abortire, già nel 1971 Shulamith Firestone in “La dialettica dei sessi” aveva scritto parole di fuoco, che avrebbero incenerito la nostra idealistica visione di progresso sociale: “L’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere, a differenza di quello del primo movimento femminista, non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale.” Scrisse nel 1955 José Ortega y Gasset in “El tema de nuestro tiempo”: “Da ciò che si pensa oggi (nelle università) dipende quello che si vivrà domani sulle strade e nelle piazze.”
Quanto aveva ragione!

Infatti: Marx ed Engels teorizzavano la deregolamentazione della sessualità come arma per abolire le strutture patriarcali basate sul matrimonio, la famiglia e il ruolo di donna-madre. L’emancipazione della donna e il suo inserimento nella catena di produzione esigeva che l’educazione dei bambini passasse allo Stato. Judith Butler, una delle massime teoriche del femminismo, nella sua opera “Questioni di genere”addirittura supera lo stesso femminismo, considerandolo solo una tappa intermedia verso il reale traguardo del dissolvimento dell’identità sessuale tout court, perché solo allora l’individuo arriverà alla totale emancipazione dalla dittatura della natura e potrà finalmente riconfigurarsi liberamente in ogni momento. Concetti come uomo e donna, matrimonio e famiglia, padre e madre, ma anche sessualità e fertilità vengono sganciati dalla loro peculiarità naturale, in quanto giustificherebbero l’egemonia dell’uomo sulla donna e dell’eterosessualità su tutte le altre numerose forme di sessualità. “Secondo la Butler, le famiglie non si costituiscono solo con il matrimonio e attraverso la discendenza, ma anche per mezzo di atti arbitrari di appartenenza momentanea. Nell’universo parallelo butleriano, i bambini non vengono concepiti ma “progettati” e prodotti con l’aiuto di tutte le possibilità tecniche disponibili, quali la donazione di sperma e di ovuli, la maternità surrogata, gli uteri artificiali e la manipolazione genetica”, si legge in “La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà” di Gabriele Kuby.
Ormai ci siamo quasi, no?
Ma tutto questo non ha più nulla a che fare con il femminismo che sognavo da giovane sessantottina in cerca di libertà. Non ci può essere vera libertà in una visione del mondo che si è congedata dalla verità costitutiva dell’umanità, dalla creatura binaria e meravigliosamente complementare.
Sulla bandiera della Rivoluzione Francese, accanto a Liberté, Egalité, Fraternité mancava una parola importante e manca pure su quella della Rivoluzione sessuale globale: Vérité!