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lunedì 10 febbraio 2020

SULLA DISCRIMINAZIONE SESSUALE. Referendum in Svizzera il 9.2.2020




Accogliamo l'intervento di Rina Ceppi-Bettosini sulla proposta di un'iniziativa parlamentare, già approvata in parlamento, a cui il popolo svizzero è stato chiamato a esprimere il voto il 9 febbraio, dopo aver impugnato il referendum.
Si tratta di una proposta di ampliamento
della già esistente legge antidiscriminazione che vuole
estendere  nella lotta contro  la discriminazione anche l'ambito  dell'orientamento sessuale.


Io comunque voterò NO di Rina Ceppi-Bettosini (31.01.2020) 

Al di là di ogni schieramento politico mi preme soprattutto la ricerca della verità sulle cose. Per farmi un’idea sulla proposta di estendere la legge antidiscriminazione alla sfera dell’orientamento sessuale mi sono informata sui Paesi in cui tale legge è già applicata. Condenso le mie perplessità in alcuni ipotetici scenari, che sollevano domande di scottante attualità.
Sono un panettiere, pasticciere, macellaio, ristoratore, albergatore o fotografo (vale chiaramente anche al femminile) e naturalmente servo la mia clientela senza chiederne l’orientamento sessuale. Un giorno, probabilmente non lontano, mi viene chiesta una prestazione in netto contrasto con le mie convinzioni religiose, come per esempio un servizio legato al matrimonio fra due persone omosessuali. Se pur educatamente io declinassi l’incarico per coerenza alla mia fede cristiana o islamica, in base a cui il matrimonio riguarda esclusivamente l’unione fra un uomo e una donna, sarei tutelato dal mio diritto alla libertà religiosa oppure incapperei in rovinose sanzioni penali con il relativo linciaggio mediatico? Vedrei compromessa la mia esistenza, come si osserva in Paesi dove la legge in questione è già realtà?
Sono municipale e ufficiale di stato civile. Un giorno sarò chiamato a celebrare il matrimonio di una coppia di persone omosessuali, ma la mia fede chiederà coerenza. Dunque? Stesso scenario come sopra?
Sono medico, pediatra, chirurgo, epidemiologo, specialista in neuroscienze e la mia professione mi porta a dati scientifici e medici che confliggono con la visione dei nuovi diritti sessuali. Avrò il coraggio di esporre pubblicamente la mia esperienza professionale a costo di irritare il pensiero dominante, con la temibile prospettiva di ostracismo? La spirale del silenzio, teorizzata dalla nota analista sociale Elisabeth Noelle Neumann, agisce ormai fin troppo bene anche in Svizzera.
Sono una persona omosessuale dichiarata e convivo con il mio o la mia partner. Contrariamente agli attivisti omosessualisti sono dell’idea che una coppia di omosessuali non dovrebbe avere figli, perché da quando mondo è mondo i figli sono sempre nati da un padre e una madre. Già ora è un grosso rischio affermare in pubblico tale ovvietà (Dolce&Gabbana insegnano), ma in futuro potrò ancora affermarla senza rischiare la prigione per pubblica offesa al presunto diritto al figlio delle coppie omosessuali? E se aggiungessi che anche da omosessuale non approvo affatto il business degli uteri in affitto, perché lo considero un vero e proprio sfruttamento delle donne economicamente svantaggiate e un traffico aberrante di esseri umani, commissionati e comprati come fossero merce, cosa mi dovrei aspettare? Si è affermata l’idea che il così detto mondo LGBT sia una comunity, una comunità compatta, ma non è così. C’è chi ha cercato e ritrovato un proprio equilibrio e una propria identità fuori dai binari dettati dall’attivismo LGBT e si sente discriminato perché non trova spazio di discussione nei massmedia. Perché non lo trova?
Se penso a cosa ne ha viste il noto psicanalista e psicoterapeuta milanese dott. Giancarlo Ricci per aver affermato nel 2016 nel talk show «Dalla vostra parte» che «la funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita [del figlio]» ! Un procedimento disciplinare da parte dell’Ordine degli Psicologi, insulti sui social e tre anni di logorante pressione psicologica, professionale ed economica. Il dott. Ricci ha analizzato la sua vicenda nel saggio Il tempo della postlibertà. Destino e responsabilità in psicoanalisi (Sugarco 2019). Da leggere!
Mi chiedo: quale diritto dovremo inventare per proteggere la libertà di ricerca e di discussione scientifica dalle pressioni ideologiche di turno?
Invece di frammentare all’infinito l’umanità in una lista sempre più lunga di minoranze da proteggere, perché non ci impegniamo seriamente a costruire una società rispettosa di OGNI essere umano? Lo so, ci vuole molta fantasia, ma soprattutto occorrono i criteri giusti. Forse dobbiamo trovare proprio quelli.
La discussione è vitale per la democrazia, ma evitiamo di cadere nell’errore di bollare di retrogrado medievale chi è contrario al testo in votazione. Al Medioevo dobbiamo la nascita delle Università, degli ospedali, la riscoperta dei grandi testi classici, un patrimonio inestimabile di beni artistici e architettonici e tanto altro. Il progresso non è monopolio assoluto di chi si autodefinisce progressista. Il progresso è compito, responsabilità e merito di tutte le forze politiche e culturali di una società e frutto di un’intelligente, franca, coraggiosa e faticosa ricerca di equilibri. Ecco perché l’educazione alla libertà di opinione ed espressione è fondamentale e dovrebbe sempre essere garantita dalla legge, coltivata in famiglia e nella scuola. 
Soprattutto, facciamo uso del nostro diritto di voto! Se va a votare poco più di un terzo e di questo terzo poco più della metà decide le sorti del nostro Paese, che senso ha? Non assomiglia piuttosto alla dittatura di una minoranza, liberamente scelta da una maggioranza passiva?
Io comunque voterò NO. 

martedì 5 giugno 2018

SUL SESSANTOTTO. Di Rina Ceppi-Bettosini

In merito al dibattito sul '68, ospitiamo 
la testimonianza di Rina Ceppi-Bettosini uscita il 19 maggio 2018 
su "Il Giornale del popolo" che ringraziamo. 
 Il titolo è: "Liberté, Egalité, Fraternité… Mancava la Verité".






Ero un’adolescente dodicenne quando mi scoprii femminista. Avevo cominciato a sognare cosa avrei fatto da grande. Fin da piccola avevo desiderato studiare da maestra; ora però volevo diventare pilota d’aerei, viaggiare e fare tutte le cose da maschi. Cose semplici, intendiamoci, come non indossare il grembiule nero a scuola, non andare a Messa con il velo in testa, portare i calzoncini corti, giocare a calcio e alle biglie. Invece la tiritera era sempre la stessa: «Le bambine non fanno queste cose!» Ma io le volevo fare! «Non sarai mica una femminista», esclamò qualcuno. Doveva trattarsi di una cosa brutta, trasgressiva, come le parole che finivano con –ista che mio papà, da bravo conservatore, usava per indicare i nemici della religione. Ma se per realizzare i miei sogni di libertà occorreva essere femministe, bene, allora io sarei stata una femminista! 

Sedici anni: i cittadini svizzeri maschi votarono per decidere se concedermi il diritto di voto e di eleggibilità. Il mio spirito femminista lavorava a pieno regime in famiglia, nelle piazze del paese, a scuola. La domenica del 7 febbraio 1971 le urne sfornarono il sospirato sì. Evviva! Finalmente i maschi svizzeri si erano evoluti!
Durante gli anni di Preparatorio alla Magistrale la mia voglia di libertà si alimentava di nuove grandi parole come “Liberté, Egalité, Fraternité” e dello slogan preferito dai miei docenti di sinistra “religione, oppio per il popolo”. Mi ricordo che a religione scrissi un tema, in cui sostenevo convinta che Gesù fosse il più grande comunista di tutti i tempi, in quanto difendeva i poveri, prometteva guai ai ricchi e non faceva differenze fra uomini e donne. Il docente prete mi fece notare delicatamente che Gesù non poteva essere comunista, poiché era un fervente credente, addirittura il Figlio di Dio Padre e il comunismo negava per definizione l’esistenza di Dio. Dettaglio che mi fece riflettere; non riuscivo a concepire un mondo senza Dio. Tuttavia lo slogan marxista faceva presa su noi ragazzi, intenti a scrollarci di dosso vecchie e rigide norme morali, soprattutto in materia sessuale e di abbigliamento. La Chiesa stava perdendo terreno. Si facevano largo idee come “si può essere buoni cristiani anche senza andare a Messa tutte le domeniche e si può pregare e leggere la Bibbia anche da soli, in casa”, per approdare di lì a poco alla convinzione che “si poteva amarsi benissimo anche senza sposarsi in chiesa, anzi, senza sposarsi del tutto”. Strana coincidenza: agli inizi degli anni Settanta fra i miei compagni di scuola entrava in scena la droga, quella vera, non l’oppio di Marx...
Al liceo, durante le nostre contestazioni per una maggiore partecipazione degli allievi alle decisioni della scuola, spuntò una scritta pro diritto all’aborto. “Possibile che si rivendichi il diritto a uccidere?” pensai.
A Zurigo entrai per la prima volta in una libreria per le donne. Vidi una miriade di libri femministi, un concentrato di titoli, forieri di una umanità vagamente inquietante, che poco si conciliava con il “mio” femminismo. Se da un lato simpatizzavo con la letteratura che denunciava le ingiustizie di cui eravamo oggettivamente vittime noi donne, dall’altro ero perplessa di fronte alla radicalità di certe tematiche. Eravamo in pochi a leggere davvero autrici come Simone de Beauvoir e Alice Schwarzer, eppure il loro pensiero influenzava tutti con frasi lapidarie del tipo “donna non si nasce, lo si diventa” oppure “la pancia è mia (e ne faccio ciò che voglio)” e finiva per impegnarci in accese dispute sui contraccettivi, l’aborto, le donne discriminate, l’omosessualità, il libero amore.
Allora non ero consapevole di essere parte di una realtà ancora in embrione, che era però già stata formulata in precedenza da influenti teorici di una battaglia culturale marxista che avrebbe cambiato radicalmente la società. Solo anni più tardi scoprii per esempio che, mentre noi studenti si discuteva ancora di parità fra uomini e donne, di tolleranza verso le persone omosessuali e di maggiore comprensione per le donne che in certi casi particolarmente difficili sceglievano di abortire, già nel 1971 Shulamith Firestone in “La dialettica dei sessi” aveva scritto parole di fuoco, che avrebbero incenerito la nostra idealistica visione di progresso sociale: “L’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere, a differenza di quello del primo movimento femminista, non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale.” Scrisse nel 1955 José Ortega y Gasset in “El tema de nuestro tiempo”: “Da ciò che si pensa oggi (nelle università) dipende quello che si vivrà domani sulle strade e nelle piazze.”
Quanto aveva ragione!

Infatti: Marx ed Engels teorizzavano la deregolamentazione della sessualità come arma per abolire le strutture patriarcali basate sul matrimonio, la famiglia e il ruolo di donna-madre. L’emancipazione della donna e il suo inserimento nella catena di produzione esigeva che l’educazione dei bambini passasse allo Stato. Judith Butler, una delle massime teoriche del femminismo, nella sua opera “Questioni di genere”addirittura supera lo stesso femminismo, considerandolo solo una tappa intermedia verso il reale traguardo del dissolvimento dell’identità sessuale tout court, perché solo allora l’individuo arriverà alla totale emancipazione dalla dittatura della natura e potrà finalmente riconfigurarsi liberamente in ogni momento. Concetti come uomo e donna, matrimonio e famiglia, padre e madre, ma anche sessualità e fertilità vengono sganciati dalla loro peculiarità naturale, in quanto giustificherebbero l’egemonia dell’uomo sulla donna e dell’eterosessualità su tutte le altre numerose forme di sessualità. “Secondo la Butler, le famiglie non si costituiscono solo con il matrimonio e attraverso la discendenza, ma anche per mezzo di atti arbitrari di appartenenza momentanea. Nell’universo parallelo butleriano, i bambini non vengono concepiti ma “progettati” e prodotti con l’aiuto di tutte le possibilità tecniche disponibili, quali la donazione di sperma e di ovuli, la maternità surrogata, gli uteri artificiali e la manipolazione genetica”, si legge in “La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà” di Gabriele Kuby.
Ormai ci siamo quasi, no?
Ma tutto questo non ha più nulla a che fare con il femminismo che sognavo da giovane sessantottina in cerca di libertà. Non ci può essere vera libertà in una visione del mondo che si è congedata dalla verità costitutiva dell’umanità, dalla creatura binaria e meravigliosamente complementare.
Sulla bandiera della Rivoluzione Francese, accanto a Liberté, Egalité, Fraternité mancava una parola importante e manca pure su quella della Rivoluzione sessuale globale: Vérité!

sabato 18 novembre 2017

LA RIVOLUZIONE GENDER GLOBALE IN NOME DELLA LIBERTA? Il libro di Gabriele Kuby

Del nuovo libro della saggista e sociologa tedesca 
GABRIELE KUBY, La rivoluzione sessuale globale. 
Distruzione della libertà nel nome della libertà (Sagarco), 
presentiamo il primo paragrafo.
Il volume, tradotto da Roberta Romanello in collaborazione 
con Rina Ceppi-Bettosini, con l'Introduzione 
del Card. Carlo Cafarra,  prefazione di Robert Spaemann e Postfazione di Toni Brandi, è stato tradotto in nove lingue. 

Gabriele Kuby, sociologa, saggista e giornalista tedesca, è relatrice internazionale (Europa, USA, Taiwan, Hong Kong, Australia, Nuova Zelanda) sul tema della rivoluzione sessuale globale. Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1997, ha pubblicato undici saggi diffusi 
e tradotti in tutto il mondo, tra cui ricordiamo 
Gender Revolution - Il relativismo in azione (2006). 


DISTRUZIONE DELLA LIBERTÀ
NEL NOME DELLA LIBERTÀ
"L’eccessiva libertà non sembra mutarsi in altro che nell’eccessiva schiavitù, tanto per il singolo quanto per la città. È quindi naturale che la tirannide si formi solo dalla democrazia, ossia che dall’estrema libertà si sviluppi la schiavitù più grave e più feroce". PLATONE (La Repubblica)
La deregolamentazione della sessualità 
Ci troviamo nel bel mezzo di un processo sconcertante: norme fondamentali del comportamento umano, che fino a qualche decennio fa avevano una valenza generale, sono state sospese e ciò che una volta era un bene viene oggi considerato un male. Queste norme riguardano la procreazione umana e l’istituzione universale atta al suo compimento: la famiglia.
Nel 1948 le nazioni sconvolte dalla Seconda Guerra Mondiale formularono la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo, che all’articolo 16 afferma: « La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato ». La famiglia nasce dal matrimonio di un uomo e una donna che si impegnano a condividere la propria vita e che sono pronti a crescere ed educare i propri figli. La famiglia esige la monogamia, cioè la fedeltà sessuale tra gli sposi: se la monogamia viene abbandonata come orientamento morale, la famiglia si sfascia. Valori di riferimento, costumi e leggi ancorano questa elevata norma morale alla vita della gente. 
Negli ultimi quarant’anni questi valori, costumi e leggi sono stati smontati. Nelle culture del benessere occidentali il processo iniziò con la rivoluzione studentesca. oggi è il progetto di rivoluzione culturale messo in atto dalle élites di potere: dall’inizio degli anni Settanta una potente lobby – con l’aiuto delle Nazioni unite (ONU), dell’unione Europea (EU) e dei media – si batte per un capovolgimento del sistema valoriale. Il fine è la libertà assoluta, sciolta da qualsiasi limite naturale e morale, dove l’essere umano è inteso come individuo «nudo ». Per una simile libertà assoluta, che si vuole emancipare persino dalla « dittatura della natura », ogni vincolo naturale è un ostacolo da rimuovere; per una libertà così intesa non esiste né bene né male e non esiste normatività. Le armi concrete di questa battaglia sono la decostruzione della bipolarità sessuale, il sovvertimento delle norme sociali e della mentalità della popolazione, in particolare dei giovani, nonché la totale equiparazione legale delle relazioni omosessuali al matrimonio, fino ad arrivare all’ostracismo sociale e alla criminalizzazione giuridica di chi si oppone a questo processo. 


Il processo sorprende perché questo « uomo nuovo », e la conseguente dissoluzione di ogni sistema normativo, hanno assunto carattere di priorità operativa per le Nazioni unite, per l’unione Europea e per altri Stati indipendenti, sebbene questa strategia di rivoluzione culturale non contribuisca in alcun modo a risolvere i grandi problemi che affliggono il nostro tempo. Al contrario! L’epocale svolta demografica scardinerà la struttura sociale dell’Europa: negli ultimi quarant’anni, nella maggior parte dei Paesi europei, i tassi di natalità sono scesi molto al di sotto del livello di ricambio generazionale. Nella misura in cui questi Paesi cercano di colmare il deficit con l’immigrazione, essi compromettono la loro stessa cultura. Una politica orientata al bene comune dovrebbe dare priorità alle politiche sociali volte al rafforzamento della famiglia, invece che promuovere – mettendosi al servizio di piccole minoranze – la deregolamentazione delle norme sessuali, depredando la famiglia dei suoi valori fondanti. 
Questo processo sorprende anche perché distrugge le premesse che hanno dato origine all’alta cultura europea, un modello di successo per il mondo intero. Fino a qualche decennio fa questa cultura aveva un fondamento cristiano: il cristianesimo fornì le basi morali che furono tramandate di generazione in generazione. L’essenza di questa cultura è costituita dalle scelte operate dai nostri antenati per il bene e il vero, decisioni che in ogni tempo hanno richiesto abnegazione e sacrificio da parte del singolo. Violenti e prepotenti dominatori, guerre, chierici corrotti e persino i tremendi sistemi di terrore ateo del ventesimo secolo non sono riusciti a sradicare la cultura cristiana. Furono le famiglie che – con fatica – non solo resero possibile la sopravvivenza, ma tramandarono questa cultura nelle condizioni più avverse. Dopo ogni catastrofe il germoglio della cristianità tornava a rifiorire, fino ad arrivare all’unificazione dell’Europa, basata sui nobili valori dei suoi fondatori cristiani. 
Ciò che accade oggi va più in profondità. Non si tratta della ditta- tura del proletariato o della dittatura di una razza superiore; i regimi di terrore erano riconoscibili come oppressori e potevano essere abbattuti in dodici o settant’anni, a seconda dei casi. oggi l’assalto è indirizzato alla più intima struttura morale dell’uomo, quella che rende l’uomo capace di libertà. La scure è posta alla radice. 
La premessa dalla quale parte questo libro è che il dono meraviglioso della sessualità debba essere coltivato per rendere gli uomini capaci di vivere con successo le relazioni e la vita stessa. 
Al contrario, la volgare esternazione di qualsivoglia desiderio distrugge la persona e la cultura. un uomo sessualizzato sin dall’infanzia impara « che è bene vivere in modo spontaneo tutti i desideri ed è male porre dei limiti agli stessi ». Egli sfrutta il proprio corpo e quello degli altri per soddisfare i propri impulsi sessuali e non per esprimere amore. Questo impulso è potente, poiché è preposto alla continuazione della specie umana; chi non impara a coltivarlo affinché diventi espressione d’amore, aperto alla vita, ne viene dominato, perde la propria libertà e non sente più la voce della propria coscienza. La persona perde la capacità di amare, di legarsi e perde il desiderio di trasmettere a sua volta il dono della vita. Diventa incapace di impegnarsi culturalmente, si ammala psichicamente e fisicamente, perde il desiderio e la capacità di conservare la propria cultura creando così i presupposti per il sopravvento di un’altra cultura più vitale. 
Il concetto cristiano che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio fu il fondamento dell’inalienabile dignità di ogni persona e gettò le basi per l’idea di Stato e di società costituiti sul principio di libertà. Lo straordinario progresso scientifico e tecnologico deve all’alta cultura plasmata dal cristianesimo il suo vincolo nei confronti della ragione e della verità, che favorì la ricerca scientifica oggettiva e libera da preconcetti. 
Ma il riconoscimento di Dio creatore, l’inalienabilità della dignità umana, la validità universale dei valori morali e la ricerca della verità, libera da ogni ideologia, sono oggi sotto assedio. 
Le conseguenze sono drammatiche: molti uomini non vogliono più trasmettere la vita che loro stessi hanno ricevuto; le famiglie sono disgregate, il livello di prestazione delle giovani generazioni è in calo, il venti per cento dei quindicenni è incapace di comprendere ciò che legge, sempre più bambini e giovani soffrono di disordini psicologici; il diritto alla vita dei bambini concepiti, dei disabili e degli anzia- ni non viene più protetto; la libertà religiosa, la libertà scientifica, la libertà di espressione e la libertà di ricerca sono compromesse. 
Tutto questo accade nel nome di un’ideologia che nega il fatto che l’essere umano esiste come uomo e come donna, che questa polarità plasma la sua identità e che è la condizione per la riproduzione della razza umana (le anomalie psichiche e fisiche non cambiano questo dato di fatto). Mai prima d’ora era stata diffusa un’ideologia che vuole distruggere l’identità sessuata dell’uomo e della donna e ogni norma etica relativa al comportamento sessuale. L’ideologia in questione si chiama gender mainstreaming. 
Esistono molteplici altri fattori alla base del drammatico cambia- mento in atto: ecologici, economici, tecnico-scientifici, ma nessuno di questi fattori mira strategicamente alla radice del genere umano, alla sua identità come uomo e donna, consegnando il singolo in balia degli insaziabili impulsi sessuali svincolati da qualsiasi norma etica. 
La creazione di sistemi ideologici che provocarono immani distruzioni e che costarono la vita a milioni di persone era stata, fino ad oggi, una prerogativa maschile. L’ideologia gender è stata ideata e viene promossa dalle femministe radicali, con conseguenze future inimmaginabili. Molte culture si sono sgretolate per degenerazione morale; ma che la degenerazione morale venga imposta con mezzi politici e culturali, questa è una novità.