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martedì 9 settembre 2014

I MATRIMONI GAY SONO DAVVERO DI SINISTRA? Di Michele Gastaldo

Ospitiamo un intervento di Michele Gastaldo  
(consulente di direzione / consulente per la conciliazione lavoro famiglia) 
intorno alla proposta dei matrimoni  gay e alla sue implicazioni sociali e politiche

Il vero problema risiede nel cambiamento della definizione del concetto di matrimonio: se il matrimonio diventa per lo Stato il “luogo degli affetti”, che di per sé che non ha più nessun legame con la nascita della futura generazione, lo stesso Stato si alleggerisce di parte delle sue responsabilità verso le future generazioni e verso le giovani coppie che le hanno a carico. Ovviamente per lo Stato è meno oneroso essere “custode dell’amore” dei suoi cittadini piuttosto che essere custode delle future generazioni e garante della sostenibilità dello Stato Sociale a venire. Se con il “matrimonio per tutti” la reversibilità della pensione e gli altri trasferimenti economici sono giustificati unicamente dalla cura che i coniugi si prestano vicendevolmente e non più dagli oneri rivolti alla futura generazione, questi stessi trasferimenti perdono in buona parte, se non tutta, la loro legittimazione. 

La questione del matrimonio gay o delle unioni civili equiparate al matrimonio tra un uomo e una donna è considerata da una parte (consistente) della sinistra in una ottica di dovuta uguaglianza, perché a eguali condizioni spetterebbero uguali trattamenti. Infatti, l’uguaglianza sociale, insieme a quello della pace, è indubbiamente il valore fondamentale della sinistra. Ma il matrimonio gay, il matrimonio “omo” tra due uguali è davvero uguale al matrimonio tra un uomo e una donna, tra due diversi?
Per realizzare la giustizia e uguaglianza sociale il Welfare, in gran parte conquistato attraverso un secolo di lotte politiche della sinistra e vera sua ragione d’essere, gioca un ruolo primario. Principale caratteristica dello stato sociale è la sua mutualità e il suo carattere solidaristico, prevalentemente in chiave intergenerazionale: in sintesi significa che le generazioni attive pagano la pensione e la sanità alla generazione anziana. La sostenibilità dello stato sociale dipende quindi dall’equilibrio intergenerazionale, demografico. Come è noto, tale equilibrio, in quasi tutti gli stati industrializzati con un sistema di welfare sviluppato, negli ultimi decenni si è progressivamente eroso, mettendo a repentaglio l’intero nostro sistema sociale.

La natura di questo nostro sistema sociale prevede che il costo del mantenimento della generazione anziana gravi sull’intera popolazione attiva, mentre il costo della nuova generazione, cioè dei figli, sia prevalentemente a carico delle famiglie. (Delle famiglie con figli a carico, per intenderci, dato che il termine “famiglia” oggi è usato in modo molto esteso.) I benefici dei figli invece, ossia la loro capacità, di mantenere da adulti la vecchia generazione attraverso i contributi previdenziali e le tasse, vanno a tutti.
È chiaro che in tale situazione, regolata dai soli meccanismi di mercato, la famiglia con figli non è più “competitiva” rispetto a chi non ha figli; ciò né sul piano dei consumi né sul piano del mercato del lavoro. È questo il motivo per cui lo Stato fino a oggi ha cercato – almeno nelle dichiarazioni d’intento - di riservare un trattamento distinto alla famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, cioè a quella formazione sociale in grado di procreare. In Italia tale intento trova riscontro negli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, sostenuti sia dalla sinistra comunista che riformista dell’epoca.  

Chi chiede l’equiparazione delle unioni omosessuali alla famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna lo motiva solitamente con il fatto che la società, negli ultimi quarant’anni, si sarebbe evoluta sul piano morale e dei costumi. Infatti oggi siamo molto più liberi nell’organizzare i nostri affetti secondo i nostri desideri. In realtà il riconoscimento della famiglia basata sul matrimonio, intesa come “società naturale” che precede quindi la politica e le istituzioni statali, non era e non è basato su fattori di morale sessuale, bensì su un criterio sociale. Ovvero il trattamento “privilegiato” della famiglia ha come primario obiettivo la tutela dei più deboli, dei bambini, e, in una prospettiva politico-economica di medio-lungo termine, la sostenibilità dei sistemi sociali sopra menzionati, che presuppongono un sostanziale equilibrio demografico tra le generazioni. In tale contesto va inoltre considerato che l’innalzamento del livello occupazionale femminile, che nei quattro decenni passati ha contribuito a compensare parzialmente gli effetti dello squilibrio demografico, rappresenta un provvedimento “una tantum” che oggi ha in larga misura esaurito il suo potenziale.